Emilio Isgrò. Non cancellate la libertà

Emilio Isgrò

Questa intervista è apparsa sul numero di novembre 2017 di Tracce

«Un figlio di nome Emilio? Mai avuto». Firmato: Giuseppe Isgrò. «Mio fratello è partito molto tempo fa, ed era molto più giovane». Firmato: Maria Rosa Isgrò. «Oggi avrebbe trentadue anni, tre mesi e quindici giorni». Firmato: Aldo Isgrò. La serie di fogli termina con quello che riporta la sua firma: «Oggi, 6 febbraio 1971, dichiaro di non essere Emilio Isgrò». Un insieme di negazioni affermano, spiega oggi l’artista nato ottant’anni fa in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto: «Se i miei amici, genitori e parenti dicono di non conoscermi, affermano di più la mia identità».
Era il 1964 quando per la prima volta propose quelle passate alla storia come le “cancellature”. All’inizio erano libri, enciclopedie, articoli di giornale. Ogni parola veniva coperta di inchiostro nero. Restavano liberi solo alcuni vocaboli che andavano a formare nuove frasi, nuovi significati. Eppure a parlare era lo stesso testo di partenza. Nel 1971, appunto, arrivò a cancellare se stesso «per esserci di più», come Ulisse che, per sopravvivere, si fece chiamare Nessuno.
Oggi Emilio Isgrò è una delle figure più importanti dell’arte italiana. È stato testimone di stagioni gloriose: quelle dove i protagonisti si chiamavano Lucio Fontana o Piero Manzoni, piuttosto che Eugenio Montale o Giuseppe Ungaretti. È un signore colto, profondo, di una nobiltà sobria. Alcuni anni fa cancellò la Costituzione italiana perché, dice ironico, «tanti desiderano cancellarla: l’ho fatto io, così ero sicuro di farlo bene…».
Una delle sue ultime imprese è stata quella di affrontare uno dei suoi scrittori preferiti: Alessandro Manzoni. «Alla fine della quinta elementare», racconta, «chiesi a mia madre di regalarmi due libri. Uno era Pinocchio, l’altro I promessi sposi». Bambino precoce. Fatto sta che, nel 2016, da intellettuale laico e di sinistra (anche se poco allineato), si è messo a cancellare il capolavoro cattolico, facendone una serie di 35 tavole che ha esposto proprio a Casa Manzoni, con il titolo: I promessi sposi cancellati per venticinque lettori e dieci appestati.
È stata, tra le opere esposte nella mostra “Il passaggio di Enea” all’ultimo Meeting di Rimini, quella più discussa. In moltissimi l’hanno amata. Qualcuno (soprattutto i professori di Lettere) l’hanno odiata. C’è chi, su Instagram, ne ha parodiato il titolo che, cancellato, diventava I promessi lettori.
Di certo, chi è riuscito a entrare nella grammatica del linguaggio di Isgrò si è accorto della profondità e della delicatezza con cui si è accostato all’opera. Di questa impresa, del suo amore per Manzoni e di molto altro, abbiamo voluto parlare con lui, andandolo a trovare nel suo studio di via Martiri Oscuri, a Milano.

Maestro, a quale delle tavole de I promessi sposi cancellati è più legato?
Quella sull’Innominato, forse, dove restano soltanto le parole Dio e Io. Lì il rischio era di far emergere solo il discorso edificante, quello legato alla vicenda personale di Manzoni, perché, in fondo, il vero convertito è lui. Così, invece, il problema è risolto in una prospettiva che anche le moderne discipline conoscitive accettano volentieri. Il Dio che confina con l’Io… Il contatto tra immanenza e trascendenza.

In quella successiva, dedicata all’incontro tra l’Innominato e il Cardinale, lei lascia scritta una poesia bellissima: «raddolcito (…) e contento che il cardinale avesse rotto il (…) tempo».
La rottura del tempo per un cattolico credente è, probabilmente, l’eternità di Dio. Sul piano dell’immaginazione è invece la rottura delle costrizioni alle quali l’immaginazione è spesso costretta.

Forse è anche quella della misericordia, che redime ciò che il passato aveva reso irredimibile.
Certamente. Un testo poetico non è un atto notarile. Sono possibili tutte le letture compatibili a come si presenta l’opera. La rottura del tempo è la Provvidenza, che agisce anche quando tutto sembra perduto.

Con che spirito si è avvicinato a questo capolavoro?
L’ho fatto con il massimo rispetto. Anche se ho fatto un lavoro mio. L’Otello di Verdi è di Verdi o di Shakespeare? Di entrambi. A volte gli artisti si avvicinano a opere del passato con intenti bellicosi. Per me non è stato così. Ma avere rispetto non significa essere succubi, vuol dire cavarne la forza per se stessi, per un progetto nuovo.

Che cosa ha scoperto con questo lavoro?
Un Manzoni saldamente ancorato, pur nel suo aderire al mondo cattolico, ai princìpi che aveva appreso in casa del nonno Cesare Beccaria. Un Manzoni tanto cattolico quanto laico. Si figuri che votò, da Senatore del Regno, alla vigilia del non expedit, a favore di Roma capitale. La cosa che mi ha meravigliato, poi, non è tanto il fatto che lui fosse un peccatore, e lo sapesse, ma che non fosse un cattolico che aveva paura dell’inferno. A lui, piuttosto, interessava raggiungere il paradiso. Per questo, secondo me, è amato anche dai non cattolici. Non era un bigotto. La sua arte resta sempre libera. È troppo un grande poeta per essere anche un “grande cattolico”. Un grande poeta non potrà mai esserlo. Non potrà mai essere neppure un grande comunista, del resto.

Addirittura? Cosa significa per lei “grande cattolico”?
Il punto è che il linguaggio va dove vuole lui e l’artista non è che l’amministratore del suo stesso linguaggio. Si crea a un certo punto, nell’inconscio del poeta, uno stratificarsi di mondi che in certi momenti imbizzarriscono come cavalli e possono portare l’artista nella direzione opposta ai fini edificanti che, magari, voleva raggiungere. Manzoni, anche quando vuole essere edificante e scrivere un racconto per l’Italia popolare, alla fine – e io dico per fortuna – non è mai abbastanza edificante.

Sta dicendo che l’arte non ha il compito di educare?
L’arte educa non tanto a come comportarsi nella vita, ma a quel tanto di spregiudicatezza che, nel caso di un uomo credente come Manzoni, può portarlo a vedere il bene dove altri non lo vedrebbero. Nel cuore dell’Innominato, per esempio. E persino in don Rodrigo. Mentre noi lettori qualunque, il bene, lo vediamo soltanto in padre Cristoforo.

In un’altra occasione lei ha detto che l’arte educa perché innalza i desideri. Cosa significa nella sua vita?
Io non sono particolarmente virtuoso, sono una persona normale, a volte anche con desideri mediocri. È stata l’arte a non avermi mai tradito: mi ha sempre spinto a guardare in alto. L’arte, anche quando descrive il fango, indica che da lì si può rialzare la testa. Che poi, il desiderio, alla fine, è il desiderio di libertà. Libertà intesa, anche, come possibilità di educare se stessi.

Che cosa è per lei la bellezza?
L’arte deve comunicare una forma di visione più alta del vivere. È questa visione che io chiamo bellezza, non i canoni greci o rinascimentali. Per me confina con l’energia della vita. Quindi non mi sono posto mai il problema della bellezza in quanto tale. A posteriori, poi, si va a scoprire che certe cose hanno delle naturali simmetrie o asimmetrie, che coincidono con un “occhio elegante”. Ma non si sa bene perché accada.

Che cosa l’ha aiutata di più in questo tentativo di superare la soglia del vivere, elevare desideri?
Non ho mai accettato una visione dell’arte i cui valori fossero decretati dal mercato. Anche se il mercato è importante per la circolazione delle idee. Il problema è quando si eleva a ideologia. Diciamo che non ho preclusioni, non ho pregiudizi né nei confronti dei potenti, né nei confronti dei derelitti. Un artista non giudica mai. È per questo che possono esistere dei geni che moralmente sono dei delinquenti, ma che danno delle immagini strepitose della vita. L’artista è una macchina cieca. È per questo che spesso il mito dell’arte è legato tanto alla profezia quanto a quello della cecità di Tiresia o di Omero.

E un cieco come vede il mondo dell’arte di oggi?
Spesso si dice che oggi i giovani facciano arte solo per il successo e il denaro. Questo è vero solo in parte. In ogni caso non è chiaro in che direzione si stia andando. La stessa arte americana di oggi, a volte, è un fraintendimento delle istanze portate dalla pop art, che già allora non si capiva se celebrasse le merci o volesse distruggerle. Di certo un po’ di quel cinismo si è riversato in molti artisti i cui nomi oggi sono sulla bocca di tutti. A volte si ha l’impressione che l’irresponsabilità sia la cifra di questa epoca culturale. Anche se il senso di responsabilità degli artisti non consiste tanto nell’esercitare il proprio carisma senza limiti, ma nel proporzionarlo a una visione della vita attiva e feconda. La forza di un artista non si vede quando agisce al di fuori dei canoni, ma quando smentisce i canoni per renderli più forti e duraturi. Lei pensi alla cancellatura che ho fatto io. La cancellatura è il contrario di una distruzione della parola. Ci sono voluti molti anni perché lo si capisse e raggiungesse un pubblico ampio e differenziato come quello del Meeting di Rimini.

Che cosa ha di più caro Emilio Isgrò?
Essere autentico. Il rischio è dare l’impressione di essere mossi da logiche di marketing. Io dico: vendere l’arte è giusto, non è giusto farla per vendere. Perché l’arte è l’unica forma di trascendenza laica possibile in una società fatta da credenti e non credenti. È l’arte che unisce in un punto di libertà le istanze umane, e infatti l’arte è stata rispettata dai Papi come da Stalin. Non è che Stalin la rispettasse molto, è vero, ma in qualche caso sì… Però se si appiattisce troppo sul già visto e non si pone quelle domande che dovrebbe porre, finisce per impoverire il mondo. Senza domande non avremmo le risposte. E quindi se è troppo in soggezione nei confronti dell’esistente è un’arte monca. Oggi si può dire che c’è una carenza di domande nell’arte. A cosa serve fare le domande che i potenti vogliono sentirsi fare? Persino il re d’Inghilterra aveva il suo buffone. Oggi l’artista non accetta più di farlo. È un ruolo ingrato, ma può dare i suoi frutti. Oggi l’artista vuole essere come il principe. Poi l’Italia è un caso particolare: nella nostra storia gli artisti tante volte hanno avuto le buone maniere del principe e la libertà del buffone. Perché le buone maniere sono sempre utili. Però in Italia non è che manchino gli artisti veri, mancano piuttosto i fruitori dell’arte.

In che senso?
Gente abbastanza agguerrita e coraggiosa nel sostenere gli artisti. Questo secondo me accade perché quella italiana non è mai stata una società borghese matura.

Borghese?
D’accordo, leviamo “borghese” e teniamo solo “matura”. Una società per reggere la libertà dell’arte deve essere libera nell’intimo, quanto meno sicura di sé. Prenda Clemente VII che commissiona a Michelangelo le Cappelle medicee. Secondo lei si sarebbe preso un rischio del genere se non fosse stato sicuro del suo ruolo papale? Anche Pericle sapeva che Euripide era un rompiscatole e che lo poteva prendere di mira. Ma sapeva che la libertà degli artisti era importante perché lui potesse governare bene. Ecco, in Italia oggi non siamo in questa situazione. Men che meno negli Stati Uniti. Speriamo che tornino tempi migliori, che la gente si rimetta a studiare. L’impressione è che la gente non studi abbastanza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...