Al termine della notte

Questo articolo è apparso sul numero di maggio 2015 di Tracce.

Aveva un braccio solo, il sinistro. L’altro lo aveva perso combattendo sulle rive dell’Isonzo con la divisa dell’Impero austroungarico. Chi avesse visitato Praga prima del 1976, avrebbe potuto incontrarlo, sul ponte Carlo o attorno alla cattedrale di San Vito. Un vecchio trasandato che trascinava un grande apparecchio fotografico di legno. La guerra lo privò di una parte di sé, necessaria per il mestiere di legatore al quale era destinato. Visse per sei anni, dal 1922 al 1927, nell’Invalidovna, la casa dei reduci della capitale cecoslovacca. È qui che iniziò a fotografare, osservando uomini, ombre e oggetti. Si chiamava Josef Sudek, il «poeta di Praga», uno dei più grandi fotografi del mondo. È lui uno dei protagonisti della mostra al Mart di Rovereto, dedicata al centenario della Grande Guerra, inaugurata nel 2014 ma che resta d’attualità anche in questo maggio 2015 a cento anni dall’entrata in guerra del nostro Paese. Il titolo, rubato da una poesia di Bertolt Brecht, recita La guerra che verrà non è la prima e fa subito capire che non si tratta di un’operazione che guarda al passato. Qui, per una volta, grazie al lavoro di coordinamento di Cristiana Collu, direttrice del museo fino a pochi mesi fa, la consunta espressione historia magistra vitae prende corpo in modo persuasivo. Le opere e i reperti d’epoca sono la spina dorsale di un discorso, magari rapsodico e non sistematico, che coinvolge immagini e opere disseminate lungo tutto il secolo passato. Dal Futurismo all’arte concettuale. Perché, come la storia di Sudek insegna, certe ferite si trovano anche là dove non te le aspetti. Così la Grande Guerra dialoga con l’Afghanistan, l’Iraq, il Kosovo. Ma, come convitati di pietra, appaiono anche Siria, Nigeria e Ucraina. L’oggi, insomma.

Corpi straziati. Il percorso si apre con una potente opera del 2000 dell’artista belga Berlinde de Bruyckere, intitolata In Flanders Fields (Nei campi delle Fiandre). Cinque figure di cadaveri di cavalli, realizzate a partire da calchi e rivestite della pelle degli animali stessi. Un anti-monumento equestre, nato dalla commissione ricevuta dal museo di Ypres, teatro di cinque violentissime battaglie durante la Prima Guerra. Lì, nel 1917, i tedeschi sperimentarono per la prima volta il gas mostarda nelle trincee nemiche. La De Bruyckere era andata a guardarsi la documentazione fotografica di quelle battaglie, scoprendo che, al pari dei soldati, sul campo rimanevano anche i corpi straziati degli animali. Così, la carneficina umana viene rappresentata indirettamente: l’orrore del sangue è evocato, senza il bisogno di raffigurarlo. È la violenza dell’uomo che si abbatte su se stesso e sulla natura. A contemplare le membra contorte dei cavalli, sulla parete, ci sono sei fotografie di Paola De Pietri. Sembrano normali paesaggi di montagna. In realtà è quel che rimane delle ferite della guerra sul territorio del fronte italo-austriaco. Ora l’erba e la neve coprono le voragini scavate dalle bombe, gli avvallamenti delle trincee, i tornanti delle mulattiere. Una natura non più vergine, come poteva essere quella catturata dalla macchina fotografica di Giuseppe Garbari: la neve immacolata sulle creste dell’Adamello nell’Anno Domini 1895.

Rosso sangue. Di nuovo la natura è protagonista nell’estratto del documentario di Werner Herzog, Lektionen in Finsternis, del 1992. La telecamera riprende a volo d’uccello quel che rimane del territorio kuwaitiano dopo la ritirata delle truppe irachene. La Prima guerra del Golfo è finita, non si spara più. Restano accese soltanto le lingue di fuoco che salgono dai pozzi di petrolio incendiati. Le nuvole di fumo si specchiano sulle acque. Una colonna di veicoli distrutti giace nel deserto come una carovana colta di sorpresa dalla fine del mondo. La voce narrante recita frasi dall’Apocalisse: «In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà».
Poco prima avevamo visto una teca che mostrava i “luttini”, le immaginette per ricordare i mariti o i figli uccisi al fronte. Una sfilza di volti di ragazzi accostati alle preghiere delle loro madri, mogli o fidanzate. Viene in mente il rosario di fototessere viste su internet degli uccisi innocenti in Kenya o in Libia. Sulla parete, le formelle in bronzo del grande Arturo Martini, che fonde le immagini di una sorta di Via Crucis del soldato: I reticolati, Le crocerossine, I gas asfissianti, La messa al campo.
La pietà popolare e la tracotanza interventista. A volte contrapposte, a volte confuse. Il patriottismo e il nazionalismo. Il culto della bandiera, la retorica della guerra tornati di moda nella nostra Europa del XXI secolo. Lascia col sangue gelato la sequenza di fotografie della cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti. Basti guardare il sorriso del carnefice trionfante sul cadavere del patriota stampato sulle pagine dei giornali. Lo stesso compiacimento della morte usato oggi come propaganda dall’internazionale del terrore. Poco distante, appoggiato a terra, il quadro iperrealista datato 2009 del pittore Andrea Facco. Si intitola Monumento alla pittura N.1 e rappresenta con fedeltà fotografica la lapide con la scritta: «Qui Umberto Boccioni artista e soldato d’Italia trovava la morte il 16-VIII-1916». Zang Tumb Tumb.
Lungo il matroneo circolare progettato da Mario Botta sono esposti i reperti di guerra riemersi di recente a seguito della ritirata dei ghiacciai. Filo spinato, elmetti, scudi da trincea e quei commoventi settantasei soprascarponi di paglia intrecciata che scaldavano i piedi delle vedette austriache. Poco distante, la parete più riuscita della mostra: uno dei “sacchi” di Burri (1956) con una sottile lingua di tessuto rosso e una “combustione” di plastica, anche qui, rossa. A fianco il video del 2010 dell’artista iraniana Gohar Dashti: il primo piano di una garza bianca che lentamente si tinge di rosso. Il sangue è rappresentato, di nuovo, in modo indiretto evocando una ferita che non è soltanto fisica, ma che segna il corpo e l’anima dell’uomo del Novecento e che, stando al contraccolpo, non ha ancora smesso di sanguinare.
La mostra è ricchissima ed è impossibile ripercorrerne tutti i passaggi e le suggestioni. L’opera finale, però, sarà difficile da dimenticare. È la Pietà du Kosovo di Pascal Convert, ispirata a un’immagine del fotoreporter Georges Mérillon, che aveva immortalato la veglia funebre di un ragazzo ucciso dalla polizia serba. Convert ne realizza un calco su cera a grandezza naturale. Le nove figure di donna e il corpo disteso del giovane tornano alla forma del negativo fotografico ed è come se si imprimessero non solo nella parete di cera, ma anche nell’animo dello spettatore. Il riferimento al tema del compianto, preso dalla tradizione figurativa occidentale e ricorrente anche nella pratica dei reportage dalle guerre di oggi, è come se desse, a ritroso, il tono a tutta la mostra.

Domanda scandalosa. «Non abbiamo messo in campo un tragitto senza fine e senza speranza», scrive Cristiana Collu nell’introduzione al catalogo: «Nonostante il titolo, preso in prestito dal poeta, ne abbiamo fatto un viaggio al termine della notte. Con il soccorso della poesia, abbiamo preso la parola. In battere e in levare abbiamo cercato di rappresentare la ferita, il dolore, la tenerezza. Senza precipitare nella banalità del male e senza vuoti di memoria, ma con lo sguardo verso l’aperto che si leva dall’orrore umano che non si può dire, che non si può rappresentare, ci siamo spinti verso qualcosa di più simile a una preghiera». La preghiera che anche oggi si smetta di morire. La preghiera che non riaccada più. La preghiera dell’uomo davanti al cielo rischiarato dalla luna, come lo rappresenta il video del 2009 di Luca Rento. Quella silhouette nella notte, in ginocchio. Gli alberi che si muovono, le montagne. Ad innalzare la domanda più umana e scandalosa. Sulla guerra, sulla morte, sulla vita.

Luca Fiore

Ucraina – Uomini vivi

Questo reportage è comparso sul numero di marzo 2014 di Tracce

Fiamme, sangue sul selciato, cadaveri. Le immagini di violenza non sono le sole a raccontare la rivoluzione in Ucraina. Ce ne sono almeno due che aprono uno squarcio nella cronaca delle battaglie. La prima è del 18 febbraio. Lui cammina con gli occhi bassi. Il sacerdote, colbacco e stola bianca, lo conduce per mano. Nell’altra regge un crocifisso, quasi si facesse largo con quello. L’omone è il primo della fila di berkut, i poliziotti dei reparti speciali, presi prigionieri durante gli scontri nel centro di Kiev. Mentre i cecchini del presidente Viktor Yanukovic sparano sui ribelli, a poche centinaia di metri, il corteo passa attraverso un cordone di volontari che proteggono i nemici da un possibile linciaggio. La seconda è del giorno dopo. Yanukovic ha appena ritirato la polizia dalle strade della capitale e ha stretto l’accordo, poi saltato, con l’opposizione per le elezioni a novembre. La tv ucraina intervista i giovani della Piazza per chiedere cosa pensano di quel compromesso. Vengono intervistate due ragazze che stanno pulendo i pavimenti del Centro congressi in piazza Europa, uno degli edifici appena sgomberati dalla polizia. Il Paese è nel caos e i giovani puliscono i pavimenti. Perché?

Ukraine, Maidan Square, February 2014
Ukraine, Maidan Square, February 2014

In Ucraina, nell’ultimo mese, la storia ha iniziato a correre. Le manifestazioni, iniziate a novembre contro il dietrofront del Presidente sulla firma degli accordi economici con l’Unione Europea, si erano trasformate nella protesta contro l’uso della forza da parte della polizia e la deriva dittatoriale del Paese. Dopo il tentativo di sgomberare le strade l’11 novembre, dopo la costruzione delle barricate attorno a Piazza Maidan, gli scontri del 20 gennaio e la battaglia del 18 e 19 febbraio, l’Ucraina ha un Presidente ad interim, un nuovo Governo e nuove elezioni previste per il 25 maggio. Sul campo di battaglia hanno perso la vita oltre cento persone. Soprattutto manifestanti, ma anche poliziotti. Si è combattuto prima con lacrimogeni e pietre. Poi con proiettili e molotov. Lo shock del bollettino di guerra ha accelerato gli eventi. Ma il popolo di Piazza Maidan non ha tolto le tende. Non si fida dei leader dell’opposizione, neanche di Yulia Timoshenko liberata dopo la caduta di Yanukovic, perché l’obiettivo non è mai stato appena il cambio ai vertici della politica, ma il rinnovamento della società, dalle sue radici. Oggi il Paese vive nell’incertezza. Le province orientali, tradizionalmente filorusse, guardano con sospetto quanto accaduto. Nei porti della Crimea sono ormeggiate le navi da guerra russe.

Preghiera o vendetta. Siamo stati a Piazza Maidan a metà febbraio. Kiev viveva una calma che, col senno di poi, appare irreale. Eravamo arrivati con una valigia di perplessità e domande: che ne sarebbe stato di quell’entusiasmo? Dove sarebbe arrivata la protesta? Sarebbe finito tutto in nulla, come con la Rivoluzione arancione? A Kiev abbiamo visto gli elmetti e i bastoni, le barricate di sacchi di neve e filo spinato. Ma anche molto altro, che allora era impossibile vedere dall’Italia. Ad alcune domande abbiamo avuto risposta. Altre si sono acuite. Abbiamo visto uomini di Chiesa assistere i bisognosi e lavorare per la pace. Abbiamo visto una società provare a rinascere da zero. Quelle immagini, del corteo dei berkut prigionieri e delle ragazze che puliscono i pavimenti, non sono casuali. E danno ragione di molto di quello che sta accadendo a Kiev.
Alex Sigov ha passato giornate ad assistere ai processi dei manifestanti arrestati. Ventinove anni, un dottorato di Filosofia in corso e un posto in una casa editrice, di giorno continua a fare la sua vita, ma nel tempo libero, anziché riposarsi, fa la rivoluzione. In Piazza ha visto un uomo accanto a lui perdere un occhio e un altro morire colpito da un proiettile. Ha accompagnato all’obitorio il corpo di un collega dell’Università cattolica di Leopoli. Ha cercato di convincere i berkut a ribellarsi agli ordini, passato la notte a cercare amici di cui non si avevano notizie, visitato «la Versailles ucraina» del Presidente deposto. Fa fatica a raccogliere le idee e mettere a fuoco quel che è successo in battaglia. «Siamo in lutto, oggi la preghiera è l’unica possibilità di evitare la vendetta. È l’unica cosa che ci unisce nel dolore».

Ukraine, Maidan Square, February 2014
Ukraine, Maidan Square, February 2014

Per entrare in Piazza Maidan, il centro della città, bisogna attraversare i posti di blocco presidiati dai ribelli in mimetica e passamontagna. L’anello di barricate che chiude il centro di Kiev è una membrana semimpermeabile attraverso cui tutti possono passare, a parte i famigerati berkut quando ancora presidiavano i palazzi del potere. Erano loro il simbolo della violenza dello Stato post-sovietico.
L’epicentro della cittadella è il palco, dove a qualsiasi ora c’è qualcuno che prende la parola o si esibisce in canti tradizionali o patriottici. Attorno, una distesa di tende verde militare, dalle quali spunta il camino delle stufe a legna. L’inverno di Kiev non scherza e la rivoluzione continua anche a venti gradi sottozero. C’è chi prepara da mangiare, chi offre vestiti, chi passeggia. L’accampamento sembra frequentato da vecchi e gente di mezza età. I giovani non ci sono perché, a Maidan, hanno altro da fare.

Il fuoco. Siamo entrati in alcuni palazzi occupati, il Municipio, la Casa dei sindacati e il Palazzo dei congressi, ed era tutto un formicolare di gente sotto i trent’anni. Il Palazzo dei congressi è stato ribattezzato “Casa Ucraina”. Ci accompagna Yulia, una ragazza di 25 anni in tuta mimetica. Occhi azzurri e trecce rosse, faccia da bambina e sguardo da dobermann. Quando non è a Maidan, lavora come art director. Visitiamo la biblioteca, l’infermeria, la mensa, i dormitori e il guardaroba. A “Casa Ucraina” c’è, tra le altre cose, la sede della Libera università di Maidan, nella quale insegnano i più importanti professori dell’Ucraina. L’impressione è quella di una città post-apocalittica. Un po’ Mad Max, un po’ La Strada. Soltanto che tutto sembra nascere per custodire il fuoco, per dirla con McCarthy. Che stia accadendo qualcosa di strano è confermato dalla presenza, nella tendopoli, delle barbe di diversi sacerdoti. All’ombra della statua dell’indipendenza, che dà il nome alla Piazza, c’era una tenda-cappella sorta spontaneamente all’inizio di dicembre. Era stata allestita dai greco-cattolici, ma serviva tutta la popolazione di Maidan. Vi si sono svolte diverse liturgie ecumeniche. A qualsiasi ora si trovava gente a pregare. L’iconostasi in compensato reggeva due icone alte un metro e mezzo. Nell’angolo opposto, sotto una foto di papa Francesco, c’era una branda dove spesso qualcuno si riposava. Il 18 febbraio è bruciata nel rogo scoppiato all’avanzare dei berkut. Qualcuno è riuscito a salvare l’icona del Cristo. Oggi la tenda è stata ricostruita e, tutti i giorni, qualche sacerdote dice la messa. A Piazza Maidan si sono celebrati matrimoni e battesimi, perché qualcuno vivendo nell’accampamento o sconvolto dagli scontri ha finito per scoprire la fede. Padre Mychajlo ogni mattina scrive un’omelia dalla piazza e la pubblica su Facebook e spesso avverte: «Il male è anche in noi. Dobbiamo pregare e restare umili».

Ukraine, Maidan Square, February 2014
Ukraine, Maidan Square, February 2014

Un reload della società. Per i sacerdoti cattolici è più facile stare accanto ai manifestanti, perché i loro fedeli sono soprattutto ucraini dell’Ovest, nei quali i sentimenti filoeuropei sono radicati da secoli. Insieme a loro ci sono i preti del Patriarcato di Kiev e quelli della Chiesa autocefala che segue il Patriarcato di Costantinopoli. Più in imbarazzo sono le autorità del Patriarcato di Mosca, che vedono la propria gente in entrambi gli schieramenti. Ma quando è stato necessario, hanno contribuito alla pace in modo decisivo. Padre Gheorgij Kobalenko, portavoce del Patriarcato di Mosca, è stato svegliato all’alba del 20 gennaio dai giornalisti che chiedevano dei tre monaci che si stavano frapponendo tra berkut e manifestanti sulla via Grushevski. «Erano padre Gabriel, Melkisedek e Efrem che, di loro iniziativa, armati di icone e croci, sono andati a fermare la violenza a venti sotto zero», racconta padre Nicolaij Danilevic: «A un certo punto, con padre Gheorgij ho preso il loro posto perché rischiavano di assiderare».
In quel momento la Chiesa è diventata per tutti una presenza. Quegli uomini infreddoliti avrebbero potuto essere spazzati via in un attimo. Invece hanno aperto una prospettiva, un punto di fuga tra le barricate. E per 22 ore è stata tregua. Padre Nicolaij, ha avuto paura? «No, lì mi sono sentito uno strumento di Dio. Il luogo della Chiesa è quello: nel mezzo della battaglia per portare la pace». La stessa cosa è accaduta dopo, quando la Cattedrale di San Michele ha ospitato un ospedale da campo. O padre Mychajlo si è trovato a confessare un ragazzo in piena battaglia.
A Maidan si impara una cosa: la nuova Ucraina non è nei proclami dei leader politici che hanno sostituito quelli del regime di Yanukovic. Si legge sui volti della gente comune. Dei ragazzi e delle babuske. Loro sono cambiati prima della caduta del regime. Masha, 23 anni, capelli biondi corti, occhi curiosi, ci aspetta da qualche minuto al centro di Piazza Maidan. «Non è meraviglioso?». Cosa? «Tutto questo. È una città che vive da sé. Qui si respira un’aria di fiducia reciproca a cui non ero abituata». Veronika studia alla Business School dell’Università cattolica di Leopoli, da sociologa osserva che in Piazza ci sono anche i manager (come l’ad di Microsoft che ha preso le ferie per fare la rivoluzione) e che il desiderio è quello di «fare un reload della società». Ripartire da lì, dall’esperienza di comunità fatta come volontari in questi mesi. Per Constantin Sigov, professore di Filosofia e direttore della casa editrice Duch i Litera, l’Ucraina di domani non sarà più come prima: «A Maidan sta nascendo la società civile che non era mai esistita. I professionisti che prestano il loro servizio qui in Piazza, come i medici, riscoprono l’autentico ethos della loro professione. Tornati a casa si ricorderanno questo modo nuovo di vivere. Qui c’è il seme di una nuova società».

Ukraine, Maidan Square, February 2014
Ukraine, Maidan Square, February 2014

Nata a Maidan. Alex ci ha fatto conoscere Lisa, che molti considerano uno dei simboli della rivolta. È una ragazza di 27 anni, nata con i polsi bloccati a 90 gradi. Dai primi giorni vive 24 ore al giorno in Piazza. Ha passato due mesi nelle cucine a tagliare limoni per il té. «Qui ho scoperto di amare il mio Paese, desidero che sia libero. Se uno ama qualcosa, riesce a passare le giornate anche tagliando limoni», dice. Aveva abbandonato la scuola alle superiori e in questi mesi ha deciso che vuole riprendere in mano la sua vita e mettersi a studiare, ma le mancavano i soldi per pagarsi la scuola serale. Un’azienda farmaceutica, avendo letto di lei sui giornali, le ha offerto un lavoro. «Le hanno detto che poteva iniziare da subito», racconta Alex: «Ma lei ha risposto: no, resto qui fino alla fine».
Lisa ha perso tutto ciò che aveva nel rogo della Casa dei sindacati, la sera del 18 febbraio. Alex e i suoi amici hanno fatto una colletta per ricomprarle vestiti ed effetti personali. Ha promesso, a chi insisteva che lasciasse la Piazza, che inizierà il lavoro dopo le nuove elezioni. Lisa vuole una nuova Ucraina e, comunque andrà, per lei una cosa è certa: «La vittoria, per noi, è già quella di esserci risvegliati».
Vestita con la mimetica e gli anfibi, Lisa sembra a tratti parlare per slogan. Le risposte si aprono in sprazzi di autenticità, ma se non si scava un po’, ti chiedi quanto stia recitando una parte. «Se fosse qualcun altro potresti avere ragione», spiega Alex: «Ma lei è così. Lei è nata a Maidan, prima non era nulla. La sua identità è sbocciata qui. Per questo è il nostro simbolo».
Oggi i ragazzi di Piazza Maidan sono travolti da quanto accaduto. Hanno negli occhi i volti dei compagni morti e nelle orecchie le promesse dei politici di cui non si fidano. Chi da tre mesi vive in Piazza, vede avvicinarsi la fine dell’esperienza più travolgente della propria vita. E poi? Hanno cacciato il dittatore, ma non ancora ottenuto quel che volevano. La nuova Ucraina, chiunque sarà a governarla, non si costruirà più in Piazza. I vizi della società post-sovietica si possono vincere soltanto portando Piazza Maidan a casa propria. E continuare a vivere in modo diverso. Il cuore di Kiev si è coperto di una distesa di fiori. È l’omaggio «agli eroi».
«Siamo solo all’inizio di un lungo processo. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà», dice Alex: «Ma è un nostro dovere. Lo dobbiamo a chi è morto».

Luca Fiore

I sorprendenti segreti del Kerala

Questo reportage è apparso su Oasis del luglio 2009

«Siamo fiori diversi di un’unica pianta». Sceglie questa immagine Basheer Rawther, avvocato di Changanacherry, per descrivere il rapporto tra indù, musulmani e cristiani che vivono in Kerala. Non importa che Rawther appartenga alla comunità musulmana. Chiedete a chiunque per strada e vi risponderà più o meno allo stesso modo. Questa regione a sud-ovest dell’India sembra essere un mondo a parte rispetto a l’immagine che negli ultimi mesi il Paese ha dato di se stesso. Qui, tutto sommato, gli attentati terroristici di Mumbai, che dista poco più di mille chilometri, e i pogrom contro i cristiani dell’Orissa sono visti come fatti drammatici ma lontani. Oggi il paese di Gandhi sembra aver pochi motivi per sperare in un futuro di convivenza e di pace. Eppure la sua stessa esistenza, dalla mezzanotte del 15 agosto 1947, è lì a dimostrare al mondo che è possibile una coesistenza tra gruppi etnici, religiosi e linguistici diversi. Lo si può dire senza chiudere gli occhi di fronte alle mille contraddizioni che contribuiscono a plasmare l’identità di un paese irriducibile a facili schemi. La violenza e l’odio hanno sempre segnato dolorosamente questo Stato e le tensioni di oggi trovano la propria radice in un passato recente assai turbolento. Il Kerala, in questo contesto, si pone come un’eccezione di cui non si può non tener conto.

Basta poco, arrivati in Kerala, per capire che le cose funzionano diversamente rispetto ai grandi centri del paese cui tutto il mondo guarda per i suoi record economici. Niente fasti della Bollywood che scintilla negli alberghi di Mumbai, niente fermento da Silicon Valley che si respira a Bangalore. La vita scorre lenta, come le piccole canoe che attraversano le acque interne, le backwaters, che costeggiano il litorale e penetrano nell’entroterra. Qui le imbarcazioni attraversano laghi poco profondi, orlati di palme e disseminati di reti da pesca cinesi e percorrono stretti e ombreggiati canali dove vengono imbarcate fibra di cocco, copra (fibra di cocco disidratata) e anacardi. Lungo il loro tragitto incontrano piccoli villaggi con moschee, templi e scuole, e minuscoli agglomerati di case dove la gente vive su strette strisce di terra bonificata, larghe pochi metri. Già prima dell’alba, ai margini delle strade male asfaltate che attraversano boschi lussureggianti, la gente cammina con passo veloce per recarsi nelle piccole città. Vuole raggiungere il posto di lavoro o sbrigare i propri affari. Le donne vestono quasi esclusivamente il sari o il salwar kameez (tunica a pantaloni) ed è raro vedere abiti femminili all’occidentale. Per gli uomini è diverso, anche se il lungi, un pezzo di stoffa colorato che viene avvolto attorno alla vita, è la più comune tenuta per i momenti informali. In Kerala non è raro vedere lungo le strade grandi elefanti che vengono utilizzati come bestie da lavoro: trasportano tronchi d’albero o vengono utilizzati come “montacarichi” nelle falegnamerie. Capita anche che possano diventare pericolosi, come quando, lo scorso febbraio, uno di essi, infuriato, ha seminato il panico per tre ore nel centro di Kochi prima di essere sedato da veterinari e poliziotti. Pochi giorni prima un altro elefante sfuggito al controllo aveva travolto una donna, uccidendola, e ferito 19 persone nel festival del tempio di Ernakulam, sempre a Kochi. Episodi, si direbbe, d’altri tempi.

KOTTAYAM

I 35 milioni di abitanti del Kerala vivono con un reddito medio pro capite di 550 euro l’anno. I due pilastri dell’economia locale sono la pesca e l’agricoltura, tanto che le centinaia di migliaia di laureati di ottimo livello nelle università locali sono costretti a cercare lavoro nel resto dell’India oppure sull’altra costa del Mare Arabico. Quasi un milione e mezzo di abitanti (circa il 4%) vive all’estero, in modo particolare nei paesi del Golfo Persico. Non è un mistero che a sostenere l’economia locale siano le rimesse degli immigrati e, ora che lo sviluppo di città come Dubai è paralizzato dalla crisi economica, è prevedibile che il flusso di denaro dall’estero sia destinato a rallentare.

Ma il Kerala vanta altri record. Nel 1957, infatti, diventa la prima regione del subcontinente in cui le elezioni democratiche sono vinte da un partito marxista. Si tratta, poi, del primo stato indiano per quanto riguarda l’alfabetizzazione: il 91% contro il 65% del resto del Paese; è prima regione indiana per longevità (dieci anni in più rispetto ai 69 anni della media nazionale) e soffre delle minori disparità socio-economiche tra uomini e donne o fra caste.

Infine, il Kerala è lo stato indiano con il più alto tasso di pluralismo religioso. Siamo di fronte, infatti, a un coriaceo esempio di convivenza in atto, a dispetto del mosaico di comunità che lo compongono: la maggioranza della popolazione è indù, ma il 25% è musulmana e il 20% è cristiana. Un’enormità se si pensa che la media della popolazione cristiana in India si attesta al 2,3%.

Il Kerala ricorda, al netto dello sviluppo economico ancora arretrato rispetto al resto del Paese, gli splendori del Libano degli anni Sessanta. La convivenza tra i diversi gruppi religiosi, infatti, risale a tempi immemorabili. San Francesco Saverio, il missionario gesuita spagnolo giunto su queste rive indiane sulla scia di Vasco da Gama, dovette costatare con sorpresa l’esistenza di un’importante presenza cristiana di rito siriaco. L’arrivo del cristianesimo in India, infatti, viene fissato dalla tradizione al 52 d.C., quando l’apostolo Tommaso giunse in Kerala grazie ai contatti con le colonie di mercanti ebrei già presenti sulle coste del Mare Arabico. A Cennai (Madras) è conservata la tomba dell’apostolo e i cristiani di queste zone vengono chiamati Thomaschristians, i cristiani di San Tommaso. Nonostante non vi sia dal punto di vista storico certezza circa l’arrivo dell’apostolo fin sulle coste del Kerala, le Chiese locali – in particolare quelle di rito siriaco – sono fiere del legame diretto con la tradizione apostolica. L’arrivo pacifico dell’Islam, invece, risale al VII secolo; ne furono tramite i mercanti arabi di spezie. Due millenni di convivenza reale tra le tre grandi religioni ci hanno consegnato una profonda stima tra le diverse comunità.

CHANGANACHERRY

Per Seeman e Deepa, due giovani cristiani siro-ortodossi, è il giorno più bello: si sposano nella loro parrocchia. Sull’altare, oltre ai sacerdoti ortodossi, ce n’è anche uno cattolico, amico di famiglia di lei. I sari sono quelli dai colori sgargianti della festa, il piccolo coro intona le tortuose melodie siriache cantate in malayalam, il turibolo con l’incenso riempie l’ambiente di fumo profumato. La chiesa è piena di gente, ma anche se di posto ce ne sarebbe ancora, all’ingresso si assiepa, senza entrare, un folto gruppo di una cinquantina di persone. Sono gli invitati non cristiani: indù e musulmani. Attendono la fine della cerimonia, poi anche a loro sarà offerto il rinfresco nuziale come agli altri amici.

Fianco a Fianco, a Scuola e nelle Feste

A Fort Cochin si può respirare tutta la complessità della cultura e della storia del Kerala. Le vestigia dell’epoca coloniale, le chiese barocche e le case in stile portoghese con gli infissi di color azzurro turchino, si alternano ai piccoli negozi di prodotti tipici, botteghe di artigiani, case umili e precarie. Sempre a Fort Cochin si può visitare un’antica sinagoga che testimonia la presenza di una piccola comunità ebraica. Un po’ dappertutto, appesi ai muri di mattoni, ci sono i manifesti di propaganda del locale Partito Comunista. Nella via principale della città vecchia c’è una delle sue sedi decorata con un murale che ritrae Che Guevara. Il bizzarro pantheon di questo partito marxista, infatti, ospita oltre il guerrigliero argentino, anche Saddam Hussein e Madre Teresa di Calcutta. Non è impossibile vedere i tre volti campeggiare su manifesti durante manifestazioni pubbliche. Che cosa c’entrino Saddam Hussein e Madre Teresa è presto detto: con Che Guevara, qui in India diventano il simbolo della lotta alla povertà e al potere coloniale degli Occidentali.

Se è vero che la comunità musulmana è concentrata soprattutto nel nord del Kerala e quella cristiana nel sud, va rilevato che non esistono “ghetti” all’interno delle città e dei villaggi: cristiani e musulmani si trovano spesso a essere vicini di casa. Dalla terrazza di uno dei tanti negozi di Fort Cochin, l’antica colonia portoghese attorno alla quale si è sviluppata l’attuale Kochi, si possono vedere una moschea, una chiesa e un tempio indù praticamente nello stesso isolato. I bambini delle diverse religioni cominciano a vivere fianco a fianco seduti sui banchi di scuola. Da compagni di banco diventeranno spesso colleghi di lavoro. A Changanacerry, ad esempio, tutti sanno quanto sia stata importante per la recente storia della città l’amicizia, nata proprio ai tempi della scuola, tra S.E. Mons. Joseph Powathil, Arcivescovo emerito della diocesi locale e già presidente della Conferenza episcopale indiana, e Narayana Panikker, segretario generale della Nair Service Society, un’associazione benefica induista che conta 5600 sezioni in Kerala per un totale di 6,5 milioni di aderenti. Un’amicizia cordiale che ha favorito e approfondito la buona convivenza tra la comunità cristiana e quella indù. Anche in uno dei momenti più tesi della storia indiana, tra il 1967 e il 1970, quando si registrarono 1365 incidenti tra indù e musulmani, solo 142 ebbero luogo nel sud del paese.

Ma a dare il senso fisico della convivenza sono soprattutto le feste religiose, che sono moltissime. Alle feste dei santi patroni la comunità cristiana organizza grandi processioni nei paesi, sulle vie si riversano centinaia di bancarelle che vendono ogni ben di Dio e le strade si illuminano di mille luci colorate. La città o il villaggio si ferma e tutti, anche indù e musulmani, partecipano alla festa. Nessuno vuole mancare al tradizionale spettacolo pirotecnico e bambini, adulti e anziani delle diverse religioni si trovano fianco a fianco con il naso all’insù a guardare il cielo illuminarsi. Comunemente, dietro la statua del santo portata a spalla dai fedeli si fa strada un gruppo di percussionisti che eseguono la musica tradizionale. Nove volte su dieci i musicisti sono indù. Lo stesso avviene per le altrettante feste religiose indù. Non è raro, poi, che le famiglie musulmane invitino i vicini di casa delle altre religioni per i festeggiamenti della fine del mese del Ramadan. Le relazioni tra le diverse religioni, in alcuni casi, rasentano il sincretismo: capita che gli indù venerino santi cristiani visti come incarnazioni della loro unica divinità.

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Le conversioni tra i diversi gruppi sono rare, ma ci sono. In Kerala nessuno, a parte gli agguerritissimi pentecostali, fa proselitismo. Capita anche che alcuni indù si convertano al cristianesimo senza troppe difficoltà da parte della famiglia d’origine. In una piccola parrocchia di Kottayam, ad esempio, una delle parrocchiane si è convertita dall’induismo. È un’illustratrice di libri per bambini e la domenica si ferma dopo la messa per aspettare la figlia dodicenne che frequenta il catechismo. Nella stessa parrocchia una donna musulmana ha sposato un cristiano e si è fatta battezzare. La cosa viene raccontata tranquillamente, senza nessun timore. Cosa impensabile in tanti paesi musulmani. Il fatto che la donna non abbia avuto problemi, o che sia ancora viva, la dice lunga sul clima che si respira a Kottayam. S.E. Mons. Abraham Mar Julios, vescovo di Muvattupuzha, racconta che nella sua diocesi è capitato recentemente che 30 famiglie indù immigrate dal Tamil Nadu si siano convertite al cristianesimo. Sono famiglie molto povere, venute in Kerala perché i capi famiglia avevano trovato lavoro in una cava di ghiaia. Che cosa li ha convinti ad abbandonare la propria religione?

«Le persone con cui ho parlato – dice Mons. Mar Julios – mi hanno detto di esser state affascinate dalla comunità parrocchiale del loro paese. Sono rimasti colpiti dal fatto che quella cristiana è una “comunità orante”, dal fatto cioè che i cristiani pregano insieme e che si concepiscono come comunità. La preghiera degli indù è sempre individuale e raramente il custode del tempio conosce bene le persone che frequentano il luogo di culto. Il parroco di solito conosce per nome tutti i suoi parrocchiani».

Padre Lorenzo Buda, invece, è un monaco della Piccola famiglia della Resurrezione di Cesena. Ha una lunga barba bianca che scende lungo il saio arancione nel quale è avvolto un corpo magro magro. Vive in un monastero immerso nella jungla sui monti Ghat meridionali, al confine con il Tamil Nadu. Il villaggio si chiama Idukki e dista poco più di 60 chilometri da Kottayam. Qui la gente è molto semplice e molto povera. In dieci anni di presenza a Idukki cinquanta persone hanno chiesto il battesimo. «È difficile dire perché chiedono di diventare cristiani – spiega padre Buda – ma da qualcuno mi sono sentito dire che mai prima di allora si erano sentiti voler bene in quel modo».

Gerarchia Intramontabile

«Non c’è dubbio – spiegava nel 1966 l’antropologo francese Louis Dumont nel suo monumentale Homo Hierarchicus – che spesso gli intoccabili, convertendosi [al cristianesimo] abbiano risposto al richiamo di una religione egualitaria predicata dai potenti, ma non risulta che la loro situazione sociale sia di fatto migliorata, sia nell’ambiente indù, sia perfino, nell’ambiente cristiano». Se da una parte è vero che il fardello del sistema castale grava ancora sulla società del Kerala, come del resto in tutta l’India, la promozione dell’istruzione da parte della Chiesa certamente ha permesso di attenuare la rigida gerarchizzazione della società e ha dato la possibilità a molti figli delle caste più basse e agli intoccabili di migliorare la propria condizione sociale. D’altro canto è anche vero che, come afferma Dumont, neppure i cristiani del Kerala sono del tutto esenti dal concepire la società in senso castale. In fondo la casta è impressa sul destino degli indiani tramite il nome della propria famiglia. E il nome uno se lo porta fin nella tomba. E questo, in ogni caso, vale anche per i cristiani. Nonostante il Kerala debba essere considerato, a ragione, un esempio di convivenza interreligiosa, negli ultimi anni non sono mancati scontri tra le diverse comunità, in particolare tra indù e musulmani. Nei confronti dei cristiani gli episodi di violenza finora hanno interessato le cose, raramente le persone. Può capitare, infatti, che una chiesa venga presa di mira dal lancio di sassi o qualche cappella votiva sia distrutta, ma in Kerala nessuno ancora si è spinto a uccidere per ragioni religiose. Nel 2004 in un villaggio vicino alla città di Kozhikode (Calicut) 35 persone, armate di spranghe di ferro e urlando slogan induisti, hanno attaccato 4 suore e 3 fratelli dell’ordine di Madre Teresa. Alcuni assalitori intimarono alle suore di lasciare il villaggio e di smettere di convertire fedeli indù al cristianesimo. Si tratta tuttavia di un caso isolato. È vero, però, che nell’ultimo decennio il Bharatiya Janata Party (BJP), partito nazionalista indù al governo in India fino al 2004 ma minoritario in Kerala, ha fatto sentire con voce sempre più forte le proprie rivendicazioni per “un’India degli indù”. Parallelamente sono aumentati gli episodi di violenza riconducibili al Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), considerato il braccio armato del BJP. Nelle madrasse islamiche si è incominciato a predicare il jihad contro gli oppressori indù. In diverse occasioni alcuni militanti islamici sono stati arrestati mentre combattevano in Kashmir, ed è capitato anche che le stesse organizzazioni islamiche considerate fondamentaliste abbiano condannato apertamente l’utilizzo delle madrasse come nascondiglio per armi ed esplosivi. Si sa, inoltre, che finanziamenti arrivano direttamente dall’Iran, dal Pakistan e da altri Paesi del Medio Oriente. Negli ultimi anni ha ottenuto sempre più successo il National Development Front (NDP), un movimento islamista che si concentra nella difesa dei diritti socio-economici dei musulmani, dei dalit e delle altre backward classes. Recentemente l’NDP ha annunciato che si impegnerà a fondo nella Dawa, la predicazione missionaria nei confronti delle altre comunità, e ha accusato le altre associazioni musulmane di trascurare questo tipo di attività. Nella regione è in crescita anche la Jamaat-Islami, un’organizzazione che cerca di diffondere “la vera consapevolezza” nella società musulmana e di purificarla da tutti i rituali non islamici e dalle superstizioni. Attualmente in Kerala questo movimento assume toni più moderati che nel resto dell’India e si è detto disponibile al dialogo con le altre religioni. L’altra organizzazione emergente è lo Students Islamic Movement of India (SIMI) che invoca la “liberazione dell’India” attraverso la sua trasformazione in uno Stato islamico.

KOTTAYAM

Resta il fatto che la maggioranza dei mappila, come comunemente vengono chiamati i musulmani del Kerala, non ha per ora ceduto alle sirene del fondamentalismo. «I musulmani del Kerala – spiega l’islamologo padre James Narithookil – si distinguono dai musulmani del resto dell’India innanzitutto per la lingua che è il mappila malayalam, un misto di dialetto del nord del Kerala e arabo, mentre nel resto dell’India i musulmani parlano l’urdu. L’arabo, infatti, era la lingua del commercio sulle coste del Kerala ben prima della diffusione dell’Islam. Rispetto ai musulmani del resto dell’India, quelli del Kerala sono più istruiti e più socievoli. In loro si trova sicuramente una maggior propensione all’armonia e alla convivenza interreligiosa e sono maggiormente disponibili a cooperare con indù e cristiani per il progresso sociale e morale». Secondo Roland E. Miller, autore di Mappilla Muslims of Kerala, i motivi della peculiarità dell’Islam di questa regione vanno ricercati nella sua separazione linguistica, culturale e geografica dal resto dell’India. È un fatto che i mappilla non hanno partecipato alla civiltà imperiale islamica dell’India centro-settentrionale. Almeno fino alla storica ribellione dei mappilla contro i coloni inglesi del 1921, finita in un bagno di sangue islamico, le relazioni con i musulmani nel nord del paese erano assai tiepide e si limitavano a sporadici contatti, di solito in concomitanza con i pellegrinaggi alla Mecca. In occasione della ribellione armata, spiega Miller, «l’importanza simbolica dei mappila nel mantenere viva e nel far progredire la Lega Musulmana diede alla comunità del Kerala una visibilità presso i musulmani del nord che prima non aveva». In seguito, la nascita del Pakistan nel 1947 mostrò come nei mappila il senso di “alterità” della loro comunità rispetto alla maggioranza indù non coincidesse con un senso di “non-indianità”. La solidarietà con i correligionari, anche nel caso della successiva nascita del Bangladesh, confliggeva nei musulmani del Kerala con il senso di appartenenza alla nazione indiana. Questo ingombrante imbarazzo non fece che acuire la consapevolezza di essere una minoranza contemporaneamente in Kerala e in India. Il senso di essere una minoranza, rileva Miller, è infatti una delle caratteristiche decisive per descrivere l’autocoscienza dei mappila.

La culla del fondamentalismo

Ma qual è, davvero, il segreto del Kerala? Che cosa permette a questo fazzoletto di terra di rimanere, nonostante le eccezioni e le contraddizioni, un’oasi di convivenza? Se si chiede ai leader cristiani, indù o musulmani perché il Kerala non è ancora l’Orissa, la risposta è sempre la stessa: «education». È l’ignoranza la culla del fondamentalismo e della violenza. Come detto, in questa regione il tasso di alfabetizzazione è il più alto dell’India e si attesta su standard europei. Varie sono le ragioni di questo record, ma non c’è dubbio che la presenza millenaria di una consistente comunità cristiana locale abbia promosso, attraverso un impegno visibile, la diffusione non solo di istituzioni educative, ma anche di una mentalità altrimenti impossibile nel resto dell’India indù e musulmana. Ancora prima dell’arrivo dei portoghesi, furono i sacerdoti cristiani a iniziare a insegnare ai fedeli a leggere e a scrivere il siriaco per poter seguire la liturgia, visto che le uniche scuole esistenti prima di allora erano sostanzialmente centri di formazione per la casta più elevata, quella dei bramini.

Oggi la presenza dei cristiani nella regione è certamente massiccia. Si pensi che per quanto riguarda solo i cattolici, che sono circa 4,8 milioni, si contano 29 diocesi, più di 4200 parrocchie, 8000 preti, 31 mila suore. In un paese a maggioranza cattolica come l’Italia, il rapporto tra preti e l’intera popolazione è uno su 1800. Qui, dove i cattolici sono il 20%, il rapporto è di uno su 4300 ma, se si considerano solo i fedeli cattolici, il rapporto sale a 1 su 600.

Un altro record del Kerala, infatti, è il fiorire di vocazioni religiose. Quasi tutte le diocesi, infatti, hanno un seminario minore e il Kerala è una delle poche regioni in grado di “esportare” sacerdoti e suore. Le ragioni di questo fenomeno sono diverse e non facili da individuare. Secondo Mons. Joseph Perumthottam, Arcivescovo di Chaganacherry, il motivo principale è da ricercare nell’educazione che questi ragazzi ricevono in casa dai genitori: «Ci sono ancora molte famiglie che vivono un profondo attaccamento alla religione e presso di loro è forte la stima per la vocazione al sacerdozio. Così non impediscono a priori che i propri figli intraprendano questa strada. Va detto, però, che anche da noi i numeri si stanno piano piano assottigliando». Una così grande ricchezza di “forza lavoro” permette alla Chiesa cattolica di gestire oltre 5800 istituzioni educative: 1800 asili, 1300 scuole elementari, 650 scuole medie, 1000 scuole superiori, 600 scuole professionali e svariate università. Se si pensa che il Governo locale sovvenziona circa 12 mila centri scolastici e che non tutte le scuole cattoliche sono sovvenzionate, appare chiaro che la Chiesa in Kerala sostiene il 50-60% dell’istruzione della regione. Si tratta di scuole aperte a tutti, nelle quali musulmani, indù e cristiani – oltre a ricevere un’istruzione di primo livello – imparano a conoscersi, stimarsi, perfino a diventare amici. Per quanto possa suonare strano alla mentalità europea, le scuole cristiane, per la stragrande maggioranza cattoliche, non sono percepite dagli indù come una minaccia o uno strumento di proselitismo. Alcuni anni fa Soli Sorabjee, procuratore generale dell’India fino al 1990, partecipò a un incontro di ex alunni del St. Xavier’s College di Mumbai, l’università che aveva frequentato da ragazzo, alla presenza di diversi altri dignitari, ministri ed ex ministri del governo di Delhi. Nel suo discorso ufficiale rilevò da indù: «I professori di questa Università non mi hanno convertito, ma mi hanno trasformato». Ma se è vero che l’educazione non si limita al campo dell’istruzione, poiché è un processo culturale a tutto campo, l’influenza della Chiesa cattolica sulla mentalità della popolazione locale passa anche da un intensissimo impegno nel sociale.

Anche qui i numeri parlano chiaro: 300 orfanotrofi, 400 case di riposo, 440 ospedali e 91 pubblicazioni. Se il ruolo giocato dalla Chiesa nella società è certamente centrale, soprattutto nell’ambito dell’educazione, esiste anche da parte musulmana e indù uno sforzo positivo in questo senso.

La Samastha Kerala Jameyyat ul-Ulama è un’importante scuola di pensiero dell’Islam “tradizionalista”, che si oppone al cosiddetto Islam “modernista”. Questa organizzazione, diffusa in Kerala da prima dell’indipendenza indiana, ha concepito un modello di “madrassa part-time”, che offre cioè un tipo di educazione religiosa che permette agli studenti di seguire regolarmente anche le scuole secolari. Questo ha favorito, oltre all’alfabetizzazione, anche una maggior integrazione della società del Kerala e un più sereno rapporto con la modernità da parte dei musulmani locali.

KOTTAYAM

In questo quadro assai composito, un ruolo decisivo per il futuro del Kerala lo svolge il Partito Comunista che ha la maggioranza nel Governo locale. Nel corso dei decenni, è vero, il Partito Comunista si è alternato con il Congresso ma è sempre rimasto il primo partito raccogliendo consensi da tutti i gruppi religiosi della regione. Alle ultime elezioni locali svoltesi due anni fa, i comunisti sono tornati al potere e hanno iniziato un duro braccio di ferro con la Chiesa cattolica. Oggetto del contendere è proprio la libertà di educazione. Nel 2007, infatti, il Governo ha proposto una riforma del sistema educativo che, secondo la Chiesa cattolica, ha come obiettivo quello di creare un controllo politico sulle scuole sovvenzionate, togliendo il diritto a chi le dirige di scegliere collaboratori e ammettere gli studenti. Anche dal punto di vista culturale la politica nelle scuole pubbliche va nella direzione di un discredito delle esperienze religiose, tanto che a protestare contro l’introduzione di libri di testo che promuovono l’ateismo non sono state solo associazioni musulmane, indù e cristiane, ma anche organizzazioni laiche. I vescovi del Kerala non perdono occasione per esprimere la loro preoccupazione. Per S.E. Powathil si è trattato di una strategia elettorale per attirare l’attenzione in vista delle recenti elezioni nazionali. Tanto che sono state diverse le proposte provocatorie avanzate da commissioni governative negli ultimi anni: sanzioni per il terzo figlio, introduzione dell’eutanasia e via dicendo. Per il capo della Chiesa siro-malankarese, il Catholicos Mar Baselios Cleemis, è proprio l’avanzata del secolarismo e dell’ateismo, e le loro ricadute sul piano sociale, a costituire una delle maggiori sfide per la Chiesa, ma anche per il Kerala. La posta in gioco è alta: se è vero che la Chiesa svolge un ruolo di primo piano nel preservare il carattere pacifico della convivenza del Kerala, attaccando il suo ruolo educativo non si fa altro che indebolire il sistema immunitario della regione contro gli opposti fondamentalismi. Chi è al potere oggi non sembra rendersene conto, probabilmente perché non capisce quanto l’esempio del Kerala possa significare per il futuro dell’India tutta.

Luca Fiore