Aleksievic – Testardamente verso l’uomo

Questa intervista è comparsa sul numero di novembre 2015 di Tracce

Dai mucchi di carbone

dalle fosse

usciamo beati

un sole calmo

come messaggio sicuro

baciamo.

Questi versi li ha scritti nel 2012 Dmitri Strotsev, poeta di Minsk (v. Tracce, n. 5/2015), e sono dedicati a una sua concittadina a cui tiene molto: Svetlana Aleksievic, il nuovo Premio Nobel per la Letteratura. La notizia è arrivata in casa Strotsev proprio come sole calmo, un messaggio sicuro. L’entusiasmo si mescola lentamente alla riflessione, alla consapevolezza di una responsabilità. La chiamata alla fedeltà a un compito che è sia umano che artistico. Meglio: artistico perché umano.

Come ha reagito all’annuncio del Nobel?
Il primo movimento dell’anima è stato quello di condividere la notizia. Ho copiato il link dell’articolo per pubblicarlo su Facebook. Avevo bisogno di trovare una breve frase, che fosse mia. Non ho scritto quello che avrei voluto scrivere e, adesso che ci ripenso, mi dispiace.

A cosa aveva pensato?
Avrei voluto scrivere: Khristos voskres, Cristo è risorto. Invece ho scritto qualcosa di comprensibile a un pubblico ampio: Žyvie Bielarus! Lunga vita alla Bielorussia, che è una specie di slogan dell’opposizione. E ho aggiunto: Radujemsia i viesielimsia!, rallegriamoci ed esultiamo. Poi, quando ho parlato con mia moglie Anya, ho scoperto che anche per lei questa notizia aveva un contenuto pasquale.

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Dmitri Strotsev

Perché ha pensato alla Risurrezione?
Non so se riesco a spiegarlo. Forse parlando riuscirò a capirlo meglio anche io.

Chi è per lei Svetlana Aleksievic?
È uno dei miei maestri. Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa e da allora ci frequentiamo. Ci incontriamo spesso a casa sua, a Minsk. Parliamo. Nel nostro Paese non ci sono molti personaggi che abbiano una statura umana, civica e letteraria così costante nel tempo. Si tratta di una sorta di testardaggine ad affrontare certi temi e una capacità tutta particolare di precisione nei rapporti con le persone.

Che cosa significa?
Mi colpisce di lei l’apertura verso l’interlocutore. La pazienza particolare che porta ad aprire nelle persone una via per raggiungere quello che neanche loro stesse sanno di sé. È una incredibile sete di verità umana.

Come fa ad arrivare a quel punto?
È pronta a parlare per ore, con decine, centinaia di persone per cogliere il diapason della condizione dello spirito, per riuscire a penetrare dentro l’uomo. Non è una pratica manipolatoria, è una fiducia profonda e speranza nell’incontro con la persona. In lei non c’è furbizia. Non hai mai la sensazione che voglia rubarti qualcosa con l’inganno. Quando parlo con lei mi sento come di fronte a una persona come me. A volte mi ha chiesto il permesso di registrare quello che stavamo dicendo.

E chi è la Aleksievic per Minsk e la Bielorussia?
La risposta a questa domanda è la continuazione logica del racconto del rapporto mio con lei. La vocazione di Svetlana è la sensibilità al problema dell’umanità. In lei c’è l’incapacità ad accettare la violenza come metodo di rapporto e di influenza dell’uomo sull’uomo. Le persone che vivono in un contesto post-sovietico sono segnate dalla fiducia nella violenza come strumento di vita. Noi stessi non sappiamo fino a che punto e quanto facilmente siamo pronti ad accettare questa o quella forma di violenza. È una sconfitta profonda della nostra umanità che è stata prodotta dal potere sovietico. Gli ultimi avvenimenti in Russia mostrano che non ci siamo assolutamente liberati da questo. Lo dimostra il fatto che una grande parte dei miei concittadini sostenga il regime autoritario di Lukašenko.

Eppure sono passati più di vent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica.
Di quello che ci comunica il mondo, noi prendiamo più facilmente ciò che riconosciamo, quello che sappiamo già. E nel nostro caso è la violenza. La caduta del regime sovietico fu uno scoppio improvviso e, ad esempio, nel contesto dell’apertura al capitalismo noi abbiamo scelto le strategie di business più volgari e crudeli. Con entusiasmo le abbiamo accolte come se fossero la libertà. Persino quando la Chiesa ha cominciato a rinascere, le figure di sacerdoti più comprensibili erano quelle autoritarie e dispotiche. In questo contesto la Aleksievic è una donna incapace di compromessi. E io penso che questo tipo di testimone sia necessario qui.

Come viene percepito questo suo atteggiamento?
È scomoda per tutti. I bielorussi vogliono che scriva in bielorusso, i cristiani vogliono che dichiari apertamente la propria posizione religiosa, i russi non vogliono che critichi Putin. Lei, molto pazientemente, spiega la propria posizione: grata al padre bielorusso che le ha dato l’educazione, innamorata del tipo umano del bielorusso semplice, vicina all’Ucraina perché sua madre era ucraina, dice di aver pianto sul monumento dei caduti del Maidan a Kiev, debitrice della grande letteratura russa, ama il mondo russo senza però i Berija, gli Stalin, i Putin.

Un’oppositrice a tutto tondo…
No, lei è critica anche con l’opposizione all’attuale regime. L’accusa è di cecità e incapacità di andare da qualche parte. Neanche l’opposizione riesce a fare passi sostanziali per uscire dalla dipendenza dalla violenza. Anche loro, secondo lei, non fanno altro che attendere il momento giusto per applicare i propri metodi violenti.

L’alternativa qual è?
Per lei anche la vita di un piccolo soldato semplice ha un valore infinito. È in grado di entrare fino al vero cuore della sofferenza. Non voltare lo sguardo davanti al dolore dell’uomo. Il suo primo libro, La guerra non ha un volto di donna, è un racconto sorprendente della guerra dal punto di vista delle donne. Lei dice: gli uomini non sanno raccontare la verità della guerra, quella che creano è mitologia. Le donne, invece, attraverso dettagli della vita quotidiana, raccontano ciò che davvero è accaduto. Per Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan degli anni Ottanta, ha seguito i destini di soldati, invalidi e madri. Ha scelto le vicende più dolorose ed essenziali, al punto da creare un vero e proprio scandalo. Poi c’è stata Cernobyl’, e ancora una volta è arrivata fino al cuore della tragedia.

Da cosa si capisce la sua diversità anche umana?
All’inizio degli anni Duemila mi è capitato di moderare un incontro in un grande cinema di Minsk. Svetlana invitava sul palco le vedove dei pompieri e dei poliziotti morti per le radiazioni durante l’incidente nucleare. Ho visto in queste donne la fiducia e la gratitudine verso di lei, nate per il solo fatto di averla sentita con loro in quel periodo così tragico.

E come scrittrice? In cosa sta la sua grandezza?
Per un buon scrittore, preciso, attento, sarebbe bastato un tema, una sola esperienza: la Seconda Guerra mondiale o l’Afghanistan o Cernobyl’. Invece in lei è sorprendente la capacità di non estinguere l’attenzione. E poi il suo metodo: non solo trascrive e pubblica dei monologhi, ma come scrittrice è capace di trasfigurare queste testimonianze. C’è un confine molto sottile tra il documento e il testo artistico. Qualche volta la gente dice: «Questo non l’ho detto», oppure: «Non l’ho detto in quel modo». Ma questo non significa che non l’abbiano detto. La gente fatica a rapportarsi con la propria rappresentazione dentro un oggetto artistico. Può capitare di non riconoscersi in una fotografia, oppure non si è pronti ad accettarsi come si è in quella fotografia. È una scossa, una sorpresa. A Svetlana è capitato che alcune madri dei soldati in Afghanistan le abbiano fatto causa. Questo ha coinciso con una campagna stampa piuttosto aggressiva. È stato necessario un grande coraggio e un grande amore per queste donne. E lei è riuscita a rimanere fedele alla propria posizione e, contemporaneamente, a non ferirle ulteriormente aggiungendo dolore a dolore.

Che cosa può dare la lettura dell’opera del nuovo Premio Nobel a chi ancora non la conosce?
Gli uomini non vogliono guardare in direzione del dolore. Sono propensi a delegare a qualcun altro questo sguardo. E in questo sta uno spazio ampio per la manipolazione. Si delega a qualcun altro questo compito e in cambio si è disposti a scendere a compromessi. La Aleksievic ci chiama a non voltare lo sguardo dal sofferente. Lei vede la possibilità di uscita dalla nostra crisi solo nell’incontro con la realtà. E per lei non è solo una ferita, può essere anche una grande gioia. Semplicemente è successo che davanti ai suoi occhi si sono succeduti eventi molto pesanti, ed è stata costretta a guardare di più in quella direzione. Cioè la sua chiamata è ad andare senza paura verso l’uomo, senza inventarlo, ma conoscendolo. Non ha creato gruppi di vittime, categorie di persone che possiamo sacrificare sul nostro cammino. Lei ci insegna a non rifiutare nessuno, accogliere tutti, sforzarci di non perdere nessuno. Non sarà mai una scrittrice da grandi numeri. Ma che grazie al Nobel più persone possano leggerla è una buona notizia per il mondo.

Sa a che cosa sta lavorando?
Mi ha parlato di due libri. È materiale che sta raccogliendo da tempo, ma ora ci si sta dedicando attivamente. Uno è sull’amore, l’altro sulla vecchiaia. Sulla bellezza dell’uomo che ama e sulla bellezza dell’uomo che invecchia.

Luca Fiore

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Veronesi – Il segreto di Marco

Questa intervista è comparsa sul numero di settembre 2015 di Tracce.

Lui lo chiama “segreto di personalità”. È il mistero che Gesù crea attorno a sé e che normalmente emerge come domanda: «Chi è costui?». Sandro Veronesi, fiorentino, non credente, uno degli scrittori italiani di maggior successo, ha preso il più breve tra i Vangeli, quello di san Marco, e ne ha tratto un libro e uno spettacolo, dal titolo Non dirlo, per sviscerarne tutta la modernità narrativa. Quel segreto della personalità, spiega lo scrittore, è trattato come in uno di quei gialli in cui il colpevole è mostrato nella prima scena. Capitolo 1, versetto 11: «E si sentì una voce dal cielo “Tu sei il Figlio mio prediletto”».
A teatro, in scena da solo, Veronesi offre un racconto appassionato, da cui traspare gusto ed entusiasmo. Per la narrazione, innanzitutto. Il sottile piacere di vedere, ogni volta, come andrà a finire la storia. Di scoprire di nuovo come quel segreto verrà svelato. «Chi è costui?».

Come si è imbattuto nel Vangelo di Marco?
Lo ricevetti a casa. Me lo mandò il mio vescovo, Giovanni Paolo II, perché allora vivevo a Roma. Lo aveva mandato a casa di un milione di persone in vista del Giubileo del 2000. Era accompagnato da una lettera molto bella. Fu un gesto forte, come se il Papa dicesse: «Leggiti questo, Roma». Ne fui incuriosito. Mi chiesi: perché tra i quattro Vangeli, proprio quello di Marco? Lo lessi e mi resi conto che è un testo entusiasmante in senso epico, narrativo, prima ancora che spirituale. Wojtyla sapeva che Marco scrive a Roma per i romani. E i romani di allora non erano molto diversi da quelli di oggi.

Cos’hanno in comune?
La propensione al peccato per noia. Gli antichi romani si annoiavano, all’epoca erano l’unico popolo che se lo poteva permettere. Era una società a un passo dalla decadenza. Morrissey, il leader degli Smiths, cantava: il diavolo trova lavoro per le mani pigre. Anche oggi il popolo romano è incline al peccato per troppa confidenza, anche nei confronti della cristianità di cui è sede. Ma è una tendenza di tutto l’Occidente.

Come nascono libro e spettacolo?
Ho iniziato a studiarlo, a rifletterci su. Ero ben consapevole che non si trattava di un testo narrativo ma di qualcosa di più. Poi la Scuola Holden, quella di scrittura creativa, mi chiese di fare una lezione su un’opera a piacere. Scelsi questa. A quel punto ero costretto a esplicitare ciò che del san Marco scrittore mi aveva entusiasmato. Da quella volta, per quasi dieci anni, ho continuato a documentarmi. Ed evidentemente le letture portavano anche sugli altri Vangeli, non potevo fermarmi.

Che tipo di lavoro è stato?
Ogni volta che scendevo un po’ più in profondità, mi trovavo dentro una specie di nebbia professorale dalla quale riemergevo tenendomi più vicino alla superficie. Da una parte perché mi rendevo conto di non avere gli strumenti, dall’altra perché laggiù, a quelle profondità, è buio. E io la luce della fede non ce l’ho. Ho preferito viaggiare dove, quanto meno, la tradizione narrativa mi rischiarasse un po’.

Lei definisce quella di Marco «una formidabile macchina da conversione». Wojtyla, quindi, provò a usarla come macchina da ri-conversione.
Certo. Pensi che alla fine della lezione alla Holden vennero da me separatamente tre ragazzi. Dissero che erano credenti, ma che si erano lentamente allontanati dalla fede. Quello che avevano sentito, però, gli aveva messo voglia di riprendere in mano questo aspetto della loro vita. La cosa mi confermò la forza di questo racconto.

A un certo punto propone san Marco come «sceneggiatore di Quentin Tarantino». Cosa c’è di così moderno?
Racconta fatti, piuttosto che parole. Le azioni sono più difficili da raccontare: la narrativa ci ha messo secoli per affinare le sue tecniche. Con le parole è più facile riportare le parole. E infatti gli altri Vangeli si soffermano soprattutto sui discorsi di Gesù. Ed è giusto che sia così, perché sono le cose più importanti e durature. Però Marco sa per chi sta scrivendo: pagani e romani. Quindi decide di puntare sulle azioni perché non vuole annoiare il suo interlocutore. Il romano non ha pazienza di ascoltare i discorsi: vuole l’azione. Così Marco taglia di netto il Discorso della montagna e si sofferma su miracoli e guarigioni. C’è un climax che prepara il lettore a quella torsione spirituale che avviene sotto la croce. E in Marco chi è il primo a proclamare la divinità di Gesù? Il centurione romano. Il lettore è chiamato a immedesimarsi.

Come si spiega che dal nulla della Galilea nasca uno scrittore così abile?
Se è strano che sia potuto esistere un narratore come Marco, è ancora più strano che sia esistito uno stratega come Gesù. Senza combattere una guerra, senza una tattica militare, senza mezzi economici, in tre secoli conquista l’Impero romano.

Che cosa ha significato per lei lavorare dieci anni su questo testo e ora portarlo in scena in prima persona?
L’effetto è che per ora non me ne posso separare. Sapevo che non mi sarei fermato alla scrittura, ma l’avrei portato a teatro. Dovevo mettermi in gioco in prima persona, non come predicatore, né come professore. Ma per portare a compimento questo lavoro era necessario un rapporto corporale con il pubblico. Poi ho capito che il personaggio che costruisce Marco mi piace di più di quello raccontato dagli altri evangelisti. Proprio per quello che Marco gli toglie. Lo lascia immerso in una sorta di solitudine. Sotto la croce, ad esempio, non compaiono né Maria né Giovanni. E poi i suoi insegnamenti, lodati da molti e seguiti quasi da nessuno… Quelli glieli trattiene in testa. Non so, questo personaggio, fosse anche per una questione di immaginario, mi piace, mi fa sognare.

Lei ha chiuso la recita alla Milanesiana a giugno dicendo: «C’era bisogno del sangue di un innocente per liberarmi dal mio nulla». È una frase molto forte.
Perché non è mia… È di Eugen Drewermann, il teologo tedesco che cercò una sintesi tra cristianesimo e psicanalisi e per questo rischiò la scomunica. La sera prima, a Spoleto, il finale non era quello. Mi è uscita così. Non so, non essendo credente non è che mi metto a parteggiare per una lettura o un’altra della figura di Cristo. Ma lo sforzo di Drewermann di collegare la vera rivelazione all’inconscio, secondo me ha un suo valore. Quella di Gesù sembra una figura sognata per raccontare cose indicibili. E una di queste cose è il nostro nulla.

Luca Fiore

Paul Harding – «Lì fuori c’è Qualcosa di perfetto»

Paul Harding

Questa intervista è apparsa sul numero di settembre 2012 di Tracce

Paul Harding è uscito dal gruppo. Erano i Cold Water Flat e Paul suonava la batteria. Negli anni Novanta incisero un paio di dischi e andarono in tournée per gli Stati Uniti e per l’Europa. Poi Harding ha chiuso con il rock e ha deciso di diventare quello che avrebbe sempre voluto essere: uno scrittore. Si iscrisse a un corso di scrittura creativa a New York. Poi diventò a sua volta insegnante di scrittura ad Harvard e all’Università dell’Iowa. Il romanzo dal cassetto lo tirò fuori nel 2009. I grandi editori lo snobbarono e a pubblicarlo fu una piccola casa editrice. Tinkers (L’ultimo inverno, Neri Pozza, 2011) fu un successo che gli valse il Premio Pulitzer 2010 per la letteratura. Il libro racconta la vicenda di George Washington Crosby, un riparatore di orologi, un tinker, appunto, il quale, sul letto di morte, ripercorre la storia della propria vita e del difficile rapporto con il padre Howard, malato di epilessia. Quando racconta di come nascono le sue storie, Harding dice che è come se avesse un’apparizione della versione perfetta del racconto. «È un po’ l’idea platonica. E la scrittura è il tentativo di dare corpo a questa sorta di opera d’arte perfetta. Ma è un processo che non funziona mai. Il risultato è imperfetto. Ma credo sia proprio l’imperfezione del risultato a far tremare e sussultare il cuore del lettore». Ecco, l’imperfezione. È strano che con uno degli scrittori più in vista d’America si finisca a parare proprio lì.

Questo rapporto con la perfezione è qualcosa che riguarda solo l’arte o anche la vita?
Probabilmente riguarda anche la vita. Certo la mia maniera di esprimermi è la scrittura, che è la cosa di cui riesco a parlare meglio. Ma nello sport americano, nel baseball ad esempio, si parla di perfect game, la “partita perfetta”. A ogni ambito della vita corrisponde un’idea di perfezione. Non è un’esclusiva dell’arte.

Leggendo il suo libro e sentendola parlare sembra che lei abbia molta fiducia nelle cose così come sono. È strano, perché oggi domina la paura e l’incertezza per quel che può accadere. Da cosa nasce questa fiducia?
Io sono influenzato molto dalla teologia. È strano perché non sono nato in un contesto religioso. Però penso che la teologia sia una sorta di forma narrativa di filosofia. In particolare quella giudeo-cristiana. La teologia si pone il problema della trascendenza e del suo rapporto con le cose immanenti. A me interessa, innanzitutto, il problema dell’immanenza e l’idea che siamo chiamati ad essere consapevoli della vita che facciamo. Penso che non ci sia tentazione più grande per l’uomo che guardare da un’altra parte, fuori dalla vita come è. Sì, la vita è dura e vorremmo che andasse meglio. A costo di fuggire le cose che ci capitano. Ma il principio estetico che perseguo è quello di andare dentro alle cose, sempre più a fondo.

Non le sembra un processo opposto a quello teologico?
Certo, è una sorta di paradosso. Dio è trascendente, ma il modo che usa per dimostrare la sua trascendenza è quello di diventare immanente. Che poi è l’idea di fondo del cristianesimo. È l’idea per cui noi siamo immanenti e trascendenti allo stesso tempo. E in noi c’è una sorta di dialettica che ci fa oscillare tra i due poli. Ma ciascun polo non ha significato fuori dalla relazione con l’altro.

Il New York Times ha scritto che lei è un appassionato lettore di Karl Barth. Come un ex batterista rock arriva a leggere un autore del genere?
Be’, leggevo dei libri anche quando suonavo la batteria… Le due cose non si escludono (ride; ndr). Ma per questo bisogna risalire alla mia amicizia con Marilynne Robinson (Premio Pulitzer 2005; ndr), la mia prima insegnante di scrittura creativa. Lei è profondamente religiosa. Più la conoscevo e più l’ammiravo. Allora le ho chiesto quale fosse la sorgente della sua ispirazione. Lei mi ha fatto capire che era la religione. Così ho cominciato a leggere libri di teologia. All’inizio era un modo per conoscere meglio Marilynne. Ma poi la cosa mi ha preso davvero. Ha un fascino senza fine.

Perché?
Penso che la Bibbia, il Vecchio Testamento in particolare, sia come un romanzo. Penso anche che la miglior teologia si legga come si legge un racconto. Questo non per sminuire la Bibbia, ma per riconoscere la natura sacra della narrativa. Così la teologia o la cosmologia sono un modo narrativo di interrogarsi su che cosa significhi essere nell’universo. Io non leggo la Bibbia in senso letterale. Però penso dica cose vere. Allo stesso modo in cui penso che Moby Dick dica la verità al cuore. In letteratura i grandi romanzi non hanno bisogno di riportare la “verità fattuale” per essere veri. Io leggo la Bibbia come una raccolta di poesia e racconti. È un grande modello per l’economia della narrazione, nel senso di compressione e raffinatezza della scrittura. Penso che le storie della Bibbia siano tra le più profonde indagini della condizione umana.

Cosa intende quando dice «vero per il cuore»?
È ciò che non deve essere fattuale per essere vero. Penso che troppo spesso la gente confonda la realtà fattuale con la verità. Guerra e pace può non raccontare fatti reali, ma quel che dice è vero: io vi riconosco la mia esperienza umana. Risuona con me. “Suona” vero. E lo stesso accade con Moby Dick e tutti i miei romanzi preferiti.

«Howard tirò su una crosta di patata con la forchetta. Quindi infilzò due fagiolini e un pezzo di prosciutto. Si portò il cibo alla bocca, ma si bloccò prima di addentarlo. I muscoli delle mascelle si afflosciarono. Ansimò e cominciò a sbattere le palpebre». Che cosa cerca quando insegue questa precisione nel raccontare le cose?
La precisione e l’esattezza sono a mio parere le virtù della scrittura. Ma quello che capita a me è che più a fondo arrivo ai dettagli, attraverso la precisione e l’esattezza, più raggiungo un punto per cui le cose si capovolgono e mostrano il loro volto trascendente. Mi accorgo che quando le descrizioni arrivano al massimo grado di esattezza, spalancano un regno di metafore e di simboli. Penetrare a fondo nell’immanenza porta ad accorgersi del trascendente.

Lei insegna scrittura creativa. A parte le tecniche del mestiere, come si può trasmettere il desiderio di perfezione di cui parla?
È difficile. Gli insegnanti da cui ho imparato di più sono quelli che mi hanno aiutato a modellare la vita della mente. I migliori insegnanti di scrittura non trasmettono cosa guardare, ma come guardare. Si può insegnare solo per esempi. Io posso mostrare ai miei studenti quanto sono appassionato e qual è il risultato di questa mia passione.

Oggi molti romanzi americani raccontano la storia di un padre che muore. Penso a Le Correzioni di Jonathan Franzen, Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer, La strada di McCarthy. Anche il suo, in un certo modo. È solo una coincidenza?
Probabilmente è una coincidenza. Ma d’altra parte ogni generazione di scrittori finisce per confrontarsi con i temi eterni della letteratura: perdi tuo padre, ti sposi, hai un figlio… I grandi passaggi della vita umana. In realtà a me non capita di pensare a un tema su cui devo scrivere. Il mio non è un libro “sui padri”. Ho scritto un libro su personaggi precisi. E quando l’ho finito e l’ho riletto, mi sono accorto che c’erano dentro certi temi. Non scrivo per temi. Sono i personaggi che comandano.

Che rapporto ha avuto con suo padre?
Ho avuto un gran rapporto con mio padre! Pochi giorni fa sono stato con lui a pescare insieme a mio fratello e ai miei figli. Nel caso di questo libro, però, tutto è nato piuttosto dal fascino per la vita di mio nonno. Lui era stato abbandonato dal padre quando aveva 12 anni. Allora ho pensato come deve essere venir abbandonati dal proprio padre e contemporaneamente come dev’essere abbandonare la propria famiglia. Ho ricostruito e dato corpo a quelli che erano dei miti familiari. Ma di fatto è stato un puro atto creativo.

Tornando alla questione dell’imperfezione. Lei parlava di una sorta di visione platonica. Eppure il suo interesse per le cose, per l’immanenza, non è molto platonico…
Più che a Platone penso a Kant, che parla di noumeno e fenomeno. Ha presente? Il noumeno è l’intuizione che nelle cose c’è di più, c’è qualcosa di perfetto al quale noi, che siamo fatti di carne e sangue, non abbiamo accesso. Noi abbiamo accesso solo al fenomeno, a quello che si vede. È questo che intendo per immanenza: noi siamo limitati a ciò che possiamo percepire con la nostra esperienza. Ma la nostra esperienza ci dice anche che nell’universo c’è di più rispetto a quello che possiamo vedere e toccare. C’è sempre l’idea che lì fuori ci sia qualcosa di perfetto.

Kant dice che il noumeno non si può conoscere. Eppure leggendo il suo romanzo, a volte, si ha l’impressione che non sia proprio così…
No, giorno dopo giorno, istante per istante, faccio l’esperienza di trovarmi alla presenza di un grande significato ultimo al quale, però, io non ho accesso. Sento come se fossi immerso in questo significato, che è più grande di me. Ma questo significato non è accessibile, anche se io non smetto di cercarlo. Quando scrivo non smetto di cercare di afferrare il noumeno, l’idea perfetta, per portarlo nel mondo sensibile. Ma so che fallirò. L’opera d’arte è bella proprio perché riproduce il desiderio umano per il noumeno, per la perfezione, alla quale non si potrà mai arrivare. Ma non c’è ragione per smettere di cercarla.

Luca Fiore