Peter Seewald – Io, Joseph e quelle domande

Peter Seewald

Questa intervista è apparsa sul numero di dicembre 2016 di Tracce

In Italia è conosciuto per i suoi quattro libri-intervista con Joseph Ratzinger, prima cardinale, poi Papa e oggi Papa emerito. Peter Seewald, 62 anni, è nato a Bochum da famiglia cattolica, ma negli anni della contestazione abbraccia il marxismo e abbandona la Chiesa. Alla fine degli anni Settanta fonda e dirige un settimanale di estrema sinistra, Passauer Kleine Zeitung. Andrà poi allo Spiegel e a Stern. Quando, nel 1993, incontra per la prima volta l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, è la penna di punta del laicissimo Süddeutsche Zeitung Magazin.
La disistima per il PanzerKardinal, in Baviera e in Germania, era diffusa sia tra i laici sia tra i cattolici. Per capirci: in un incontro con Seewald, lo psicanalista e teologo cattolico Eugen Drewermann parlava del mite teologo descrivendolo come «un uomo senza sangue nelle vene, senza calore. Un uomo assetato di una vita che gli è preclusa. Non oso nemmeno immaginare quanto cinismo debba abitare in una persona che si rende conto che le domande sulla fede diventano solo questioni di ordinaria amministrazione e di potere». Eppure Seewald, per quella prima intervista, fu capace di spogliarsi dei pregiudizi e dei cliché. Fu così che quell’incontro gli cambiò la vita. Non tanto e non solo perché da lì nacquero quattro bestseller a livello mondiale, quanto perché fu l’inizio del suo ritorno alla fede cattolica (nel 2004 scriverà Als Ich begann, wieder an Gott zu denken, Quando ho iniziato a pensare di nuovo a Dio).
Quel che stupisce non è tanto che un non credente si converta dialogando con Joseph Ratzinger, quanto che un uomo come Ratzinger affidi il suo pensiero alla penna di un giornalista come Seewald. Ma come la storia insegna, il grande teologo non è avaro di sorprese.
«Come ho fatto a conquistare la fiducia di Ratzinger? Non è stato poi così difficile. Ci siamo intesi bene già dal primo incontro», spiega Seewald, seduto nella hall di un albergo milanese all’indomani dell’unica presentazione italiana di Ultime conversazioni, ospite dell’Università Cattolica e del Centro Culturale di Milano: «Avrà apprezzato il mio modo di scrivere. Le domande che gli ponevo. Avrà capito che ero interessato ad avvicinarmi in modo sincero alla sua personalità per capire il suo pensiero». A vent’anni di distanza, gli interrogativi de Il sale della terra (1996) non sembrano aver perso la loro freschezza: «Ci sono sempre più persone che si chiedono se la barca della Chiesa riuscirà ancora a reggere il mare. Vale ancora la pena salirvi?»; «Una volta lei ha detto che la fede non è una teoria, ma un evento. Che cosa significa?»; «Qual è la cosa che la affascina nell’essere cattolico?».

Cosa c’è dietro? All’inizio, racconta, tutto doveva concludersi con la prima intervista. Poi venne contattato dallo stesso Ratzinger per Il sale della terra. «Sono un giornalista, non sono un teologo, nemmeno un giornalista che tratta temi religiosi (nel 2004 ha pubblicato Gloria, la principessa, un libro intervista con Gloria Thurm und Taxis, ndr.). Invece in questi anni ho dovuto riconoscere che mi era successo di dover affrontare un compito grande. Mi era diventato sempre più chiaro che l’idea che l’opinione pubblica aveva di Ratzinger non corrispondeva al vero. Questa immagine impediva di accedere al suo pensiero e alla sua persona».
Durante la presentazione a Milano ha spiegato che in questi anni non ha mai smesso di chiedersi se Benedetto XVI nascondesse qualcosa che lui non riusciva a vedere. «Non l’ho mai trovato, perché forse non c’è». Una lezione di giornalismo o una lezione sull’uomo Joseph Ratzinger? «Ho imparato che non è una persona perfetta, anche lui ha fatto i suoi errori, come tutti noi. Ma credo esista un vizio diffuso nel giornalismo moderno, ed è quello di cercare in prima battuta ciò che c’è di storto», spiega Seewald: «Si tratta di una vera e propria malattia della nostra professione. Capita soprattutto quando si tratta di temi legati alla Chiesa e alla religione. Alla fine si finisce per restare alla superficie: ci si occupa delle questioni organizzative, ci si fissa sulle idee riformatrici, ma si perde di vista l’essenza delle cose. Non si osa andare al cuore del problema. È una modalità di fare giornalismo piena di ideologia. Si parte sempre da un’opinione prestabilita».
E la serietà verso i temi e il desiderio di andare alla vera sostanza delle vicende è una delle cose che il giornalista tedesco dice di aver imparato dal Papa emerito. Anche se, a livello personale, non è certo la più importante. «Cosa è cambiato in me in questi anni? Preferisco stare sulle differenze esterne. E si tratta di qualcosa di molto semplice: avevo lasciato la Chiesa e ora sono tornato. È un cambiamento paradigmatico che si verifica nella coscienza, che riguarda la concezione della propria vita e il proprio comportamento. Ho imparato a guardare la religione non più come un problema, ma come un’opportunità. Un’avventura. Una scoperta di una nuova dimensione di crescita, senza la quale non si può più vivere». Nel frattempo Seewald si era tuffato in un’inchiesta giornalistica (come fece trent’anni prima un altro intervistatore papale, Vittorio Messori) sulla persona di Cristo, pubblicata nel 2009 col titolo Jesus Christus: Die Biographie.

Peter-Seewald-dan-Paus

Eredità. Riguardandosi indietro, parla di un «destino» che lo lega alla persona del Papa emerito. Lui si chiama Peter, Pietro. E le conversazioni che sfociarono in Dio e il mondo (2000) si sono svolte a Montecassino, il monastero fondato da san Benedetto, il santo dal quale cinque anni dopo Ratzinger prese il nome come Papa. Eppure queste ore di dialogo, di frequentazioni, non gli permettono di restituire un ritratto dai contorni definiti. «È una personalità molto complessa e ha molte sfaccettature. Non ho incontrato nessuno finora che possa dire di comprendere del tutto l’uomo che si trova dentro l’opera di Ratzinger. Per molti resta una persona enigmatica». Eppure a Seewald appare chiaro che «ci troviamo davanti a un uomo che aveva intuito molto presto la propria vocazione di servitore, apostolo di Gesù Cristo. Un uomo che non ha mai inteso la sua vita in funzione di una carriera, ma ha svolto il suo compito percorrendo un cammino fatto di momenti anche difficili e dolorosi».
Il giornalista malizioso penserebbe che Seewald insista sulla grandezza del personaggio Ratzinger per vivere di luce riflessa. Eppure, per chi non si sia distratto troppo durante il Pontificato, o che almeno abbia letto uno dei libri-intervista, sa che quelle del giornalista tedesco non sono iperboli: «Abbiamo davanti il più grande intellettuale dei nostri tempi e un Dottore della Chiesa dell’età moderna come non ce ne saranno più. Se la maggior parte dei Papi viene ricordata per quanto ha fatto durante il Pontificato, per Benedetto XVI è diverso. La sua opera sarebbe stata indimenticabile anche se non fosse salito al Soglio di Pietro». Qual è la sua eredità? «Ha rivitalizzato la sensibilità per la figura di Cristo, ci ha mostrato Gesù nella sua completezza. Una cosa importantissima per il futuro della Chiesa e della fede».
C’è un aspetto del carattere di Benedetto XVI, in particolare, ad aver affascinato l’intervistatore papale: «Trovo stupefacente e convincente che la sua personalità sappia essere allo stesso tempo umile e coraggiosa. Mi ha sempre impressionato la sua capacità di contrapporsi a un certo spirito del tempo, che ha richiesto una buona dose di resistenza e la disponibilità ad apparire impopolare». Se poi, dopo vent’anni di frequentazioni e centinaia di domande, gli si chiede quale sia la risposta che l’ha più sorpreso, Seewald torna al primo libro, Il sale della terra. «Allora avevo ancora un’immagine diversa di lui e gli domandai quante fossero le vie per raggiungere Dio. Mi rispose: “Tante, quanti sono gli uomini”».

Luca Fiore