Aleksievic – Testardamente verso l’uomo

Questa intervista è comparsa sul numero di novembre 2015 di Tracce

Dai mucchi di carbone

dalle fosse

usciamo beati

un sole calmo

come messaggio sicuro

baciamo.

Questi versi li ha scritti nel 2012 Dmitri Strotsev, poeta di Minsk (v. Tracce, n. 5/2015), e sono dedicati a una sua concittadina a cui tiene molto: Svetlana Aleksievic, il nuovo Premio Nobel per la Letteratura. La notizia è arrivata in casa Strotsev proprio come sole calmo, un messaggio sicuro. L’entusiasmo si mescola lentamente alla riflessione, alla consapevolezza di una responsabilità. La chiamata alla fedeltà a un compito che è sia umano che artistico. Meglio: artistico perché umano.

Come ha reagito all’annuncio del Nobel?
Il primo movimento dell’anima è stato quello di condividere la notizia. Ho copiato il link dell’articolo per pubblicarlo su Facebook. Avevo bisogno di trovare una breve frase, che fosse mia. Non ho scritto quello che avrei voluto scrivere e, adesso che ci ripenso, mi dispiace.

A cosa aveva pensato?
Avrei voluto scrivere: Khristos voskres, Cristo è risorto. Invece ho scritto qualcosa di comprensibile a un pubblico ampio: Žyvie Bielarus! Lunga vita alla Bielorussia, che è una specie di slogan dell’opposizione. E ho aggiunto: Radujemsia i viesielimsia!, rallegriamoci ed esultiamo. Poi, quando ho parlato con mia moglie Anya, ho scoperto che anche per lei questa notizia aveva un contenuto pasquale.

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Dmitri Strotsev

Perché ha pensato alla Risurrezione?
Non so se riesco a spiegarlo. Forse parlando riuscirò a capirlo meglio anche io.

Chi è per lei Svetlana Aleksievic?
È uno dei miei maestri. Ci siamo conosciuti più di dieci anni fa e da allora ci frequentiamo. Ci incontriamo spesso a casa sua, a Minsk. Parliamo. Nel nostro Paese non ci sono molti personaggi che abbiano una statura umana, civica e letteraria così costante nel tempo. Si tratta di una sorta di testardaggine ad affrontare certi temi e una capacità tutta particolare di precisione nei rapporti con le persone.

Che cosa significa?
Mi colpisce di lei l’apertura verso l’interlocutore. La pazienza particolare che porta ad aprire nelle persone una via per raggiungere quello che neanche loro stesse sanno di sé. È una incredibile sete di verità umana.

Come fa ad arrivare a quel punto?
È pronta a parlare per ore, con decine, centinaia di persone per cogliere il diapason della condizione dello spirito, per riuscire a penetrare dentro l’uomo. Non è una pratica manipolatoria, è una fiducia profonda e speranza nell’incontro con la persona. In lei non c’è furbizia. Non hai mai la sensazione che voglia rubarti qualcosa con l’inganno. Quando parlo con lei mi sento come di fronte a una persona come me. A volte mi ha chiesto il permesso di registrare quello che stavamo dicendo.

E chi è la Aleksievic per Minsk e la Bielorussia?
La risposta a questa domanda è la continuazione logica del racconto del rapporto mio con lei. La vocazione di Svetlana è la sensibilità al problema dell’umanità. In lei c’è l’incapacità ad accettare la violenza come metodo di rapporto e di influenza dell’uomo sull’uomo. Le persone che vivono in un contesto post-sovietico sono segnate dalla fiducia nella violenza come strumento di vita. Noi stessi non sappiamo fino a che punto e quanto facilmente siamo pronti ad accettare questa o quella forma di violenza. È una sconfitta profonda della nostra umanità che è stata prodotta dal potere sovietico. Gli ultimi avvenimenti in Russia mostrano che non ci siamo assolutamente liberati da questo. Lo dimostra il fatto che una grande parte dei miei concittadini sostenga il regime autoritario di Lukašenko.

Eppure sono passati più di vent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica.
Di quello che ci comunica il mondo, noi prendiamo più facilmente ciò che riconosciamo, quello che sappiamo già. E nel nostro caso è la violenza. La caduta del regime sovietico fu uno scoppio improvviso e, ad esempio, nel contesto dell’apertura al capitalismo noi abbiamo scelto le strategie di business più volgari e crudeli. Con entusiasmo le abbiamo accolte come se fossero la libertà. Persino quando la Chiesa ha cominciato a rinascere, le figure di sacerdoti più comprensibili erano quelle autoritarie e dispotiche. In questo contesto la Aleksievic è una donna incapace di compromessi. E io penso che questo tipo di testimone sia necessario qui.

Come viene percepito questo suo atteggiamento?
È scomoda per tutti. I bielorussi vogliono che scriva in bielorusso, i cristiani vogliono che dichiari apertamente la propria posizione religiosa, i russi non vogliono che critichi Putin. Lei, molto pazientemente, spiega la propria posizione: grata al padre bielorusso che le ha dato l’educazione, innamorata del tipo umano del bielorusso semplice, vicina all’Ucraina perché sua madre era ucraina, dice di aver pianto sul monumento dei caduti del Maidan a Kiev, debitrice della grande letteratura russa, ama il mondo russo senza però i Berija, gli Stalin, i Putin.

Un’oppositrice a tutto tondo…
No, lei è critica anche con l’opposizione all’attuale regime. L’accusa è di cecità e incapacità di andare da qualche parte. Neanche l’opposizione riesce a fare passi sostanziali per uscire dalla dipendenza dalla violenza. Anche loro, secondo lei, non fanno altro che attendere il momento giusto per applicare i propri metodi violenti.

L’alternativa qual è?
Per lei anche la vita di un piccolo soldato semplice ha un valore infinito. È in grado di entrare fino al vero cuore della sofferenza. Non voltare lo sguardo davanti al dolore dell’uomo. Il suo primo libro, La guerra non ha un volto di donna, è un racconto sorprendente della guerra dal punto di vista delle donne. Lei dice: gli uomini non sanno raccontare la verità della guerra, quella che creano è mitologia. Le donne, invece, attraverso dettagli della vita quotidiana, raccontano ciò che davvero è accaduto. Per Ragazzi di zinco, sulla guerra in Afghanistan degli anni Ottanta, ha seguito i destini di soldati, invalidi e madri. Ha scelto le vicende più dolorose ed essenziali, al punto da creare un vero e proprio scandalo. Poi c’è stata Cernobyl’, e ancora una volta è arrivata fino al cuore della tragedia.

Da cosa si capisce la sua diversità anche umana?
All’inizio degli anni Duemila mi è capitato di moderare un incontro in un grande cinema di Minsk. Svetlana invitava sul palco le vedove dei pompieri e dei poliziotti morti per le radiazioni durante l’incidente nucleare. Ho visto in queste donne la fiducia e la gratitudine verso di lei, nate per il solo fatto di averla sentita con loro in quel periodo così tragico.

E come scrittrice? In cosa sta la sua grandezza?
Per un buon scrittore, preciso, attento, sarebbe bastato un tema, una sola esperienza: la Seconda Guerra mondiale o l’Afghanistan o Cernobyl’. Invece in lei è sorprendente la capacità di non estinguere l’attenzione. E poi il suo metodo: non solo trascrive e pubblica dei monologhi, ma come scrittrice è capace di trasfigurare queste testimonianze. C’è un confine molto sottile tra il documento e il testo artistico. Qualche volta la gente dice: «Questo non l’ho detto», oppure: «Non l’ho detto in quel modo». Ma questo non significa che non l’abbiano detto. La gente fatica a rapportarsi con la propria rappresentazione dentro un oggetto artistico. Può capitare di non riconoscersi in una fotografia, oppure non si è pronti ad accettarsi come si è in quella fotografia. È una scossa, una sorpresa. A Svetlana è capitato che alcune madri dei soldati in Afghanistan le abbiano fatto causa. Questo ha coinciso con una campagna stampa piuttosto aggressiva. È stato necessario un grande coraggio e un grande amore per queste donne. E lei è riuscita a rimanere fedele alla propria posizione e, contemporaneamente, a non ferirle ulteriormente aggiungendo dolore a dolore.

Che cosa può dare la lettura dell’opera del nuovo Premio Nobel a chi ancora non la conosce?
Gli uomini non vogliono guardare in direzione del dolore. Sono propensi a delegare a qualcun altro questo sguardo. E in questo sta uno spazio ampio per la manipolazione. Si delega a qualcun altro questo compito e in cambio si è disposti a scendere a compromessi. La Aleksievic ci chiama a non voltare lo sguardo dal sofferente. Lei vede la possibilità di uscita dalla nostra crisi solo nell’incontro con la realtà. E per lei non è solo una ferita, può essere anche una grande gioia. Semplicemente è successo che davanti ai suoi occhi si sono succeduti eventi molto pesanti, ed è stata costretta a guardare di più in quella direzione. Cioè la sua chiamata è ad andare senza paura verso l’uomo, senza inventarlo, ma conoscendolo. Non ha creato gruppi di vittime, categorie di persone che possiamo sacrificare sul nostro cammino. Lei ci insegna a non rifiutare nessuno, accogliere tutti, sforzarci di non perdere nessuno. Non sarà mai una scrittrice da grandi numeri. Ma che grazie al Nobel più persone possano leggerla è una buona notizia per il mondo.

Sa a che cosa sta lavorando?
Mi ha parlato di due libri. È materiale che sta raccogliendo da tempo, ma ora ci si sta dedicando attivamente. Uno è sull’amore, l’altro sulla vecchiaia. Sulla bellezza dell’uomo che ama e sulla bellezza dell’uomo che invecchia.

Luca Fiore

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