Veronesi – Il segreto di Marco

Questa intervista è comparsa sul numero di settembre 2015 di Tracce.

Lui lo chiama “segreto di personalità”. È il mistero che Gesù crea attorno a sé e che normalmente emerge come domanda: «Chi è costui?». Sandro Veronesi, fiorentino, non credente, uno degli scrittori italiani di maggior successo, ha preso il più breve tra i Vangeli, quello di san Marco, e ne ha tratto un libro e uno spettacolo, dal titolo Non dirlo, per sviscerarne tutta la modernità narrativa. Quel segreto della personalità, spiega lo scrittore, è trattato come in uno di quei gialli in cui il colpevole è mostrato nella prima scena. Capitolo 1, versetto 11: «E si sentì una voce dal cielo “Tu sei il Figlio mio prediletto”».
A teatro, in scena da solo, Veronesi offre un racconto appassionato, da cui traspare gusto ed entusiasmo. Per la narrazione, innanzitutto. Il sottile piacere di vedere, ogni volta, come andrà a finire la storia. Di scoprire di nuovo come quel segreto verrà svelato. «Chi è costui?».

Come si è imbattuto nel Vangelo di Marco?
Lo ricevetti a casa. Me lo mandò il mio vescovo, Giovanni Paolo II, perché allora vivevo a Roma. Lo aveva mandato a casa di un milione di persone in vista del Giubileo del 2000. Era accompagnato da una lettera molto bella. Fu un gesto forte, come se il Papa dicesse: «Leggiti questo, Roma». Ne fui incuriosito. Mi chiesi: perché tra i quattro Vangeli, proprio quello di Marco? Lo lessi e mi resi conto che è un testo entusiasmante in senso epico, narrativo, prima ancora che spirituale. Wojtyla sapeva che Marco scrive a Roma per i romani. E i romani di allora non erano molto diversi da quelli di oggi.

Cos’hanno in comune?
La propensione al peccato per noia. Gli antichi romani si annoiavano, all’epoca erano l’unico popolo che se lo poteva permettere. Era una società a un passo dalla decadenza. Morrissey, il leader degli Smiths, cantava: il diavolo trova lavoro per le mani pigre. Anche oggi il popolo romano è incline al peccato per troppa confidenza, anche nei confronti della cristianità di cui è sede. Ma è una tendenza di tutto l’Occidente.

Come nascono libro e spettacolo?
Ho iniziato a studiarlo, a rifletterci su. Ero ben consapevole che non si trattava di un testo narrativo ma di qualcosa di più. Poi la Scuola Holden, quella di scrittura creativa, mi chiese di fare una lezione su un’opera a piacere. Scelsi questa. A quel punto ero costretto a esplicitare ciò che del san Marco scrittore mi aveva entusiasmato. Da quella volta, per quasi dieci anni, ho continuato a documentarmi. Ed evidentemente le letture portavano anche sugli altri Vangeli, non potevo fermarmi.

Che tipo di lavoro è stato?
Ogni volta che scendevo un po’ più in profondità, mi trovavo dentro una specie di nebbia professorale dalla quale riemergevo tenendomi più vicino alla superficie. Da una parte perché mi rendevo conto di non avere gli strumenti, dall’altra perché laggiù, a quelle profondità, è buio. E io la luce della fede non ce l’ho. Ho preferito viaggiare dove, quanto meno, la tradizione narrativa mi rischiarasse un po’.

Lei definisce quella di Marco «una formidabile macchina da conversione». Wojtyla, quindi, provò a usarla come macchina da ri-conversione.
Certo. Pensi che alla fine della lezione alla Holden vennero da me separatamente tre ragazzi. Dissero che erano credenti, ma che si erano lentamente allontanati dalla fede. Quello che avevano sentito, però, gli aveva messo voglia di riprendere in mano questo aspetto della loro vita. La cosa mi confermò la forza di questo racconto.

A un certo punto propone san Marco come «sceneggiatore di Quentin Tarantino». Cosa c’è di così moderno?
Racconta fatti, piuttosto che parole. Le azioni sono più difficili da raccontare: la narrativa ci ha messo secoli per affinare le sue tecniche. Con le parole è più facile riportare le parole. E infatti gli altri Vangeli si soffermano soprattutto sui discorsi di Gesù. Ed è giusto che sia così, perché sono le cose più importanti e durature. Però Marco sa per chi sta scrivendo: pagani e romani. Quindi decide di puntare sulle azioni perché non vuole annoiare il suo interlocutore. Il romano non ha pazienza di ascoltare i discorsi: vuole l’azione. Così Marco taglia di netto il Discorso della montagna e si sofferma su miracoli e guarigioni. C’è un climax che prepara il lettore a quella torsione spirituale che avviene sotto la croce. E in Marco chi è il primo a proclamare la divinità di Gesù? Il centurione romano. Il lettore è chiamato a immedesimarsi.

Come si spiega che dal nulla della Galilea nasca uno scrittore così abile?
Se è strano che sia potuto esistere un narratore come Marco, è ancora più strano che sia esistito uno stratega come Gesù. Senza combattere una guerra, senza una tattica militare, senza mezzi economici, in tre secoli conquista l’Impero romano.

Che cosa ha significato per lei lavorare dieci anni su questo testo e ora portarlo in scena in prima persona?
L’effetto è che per ora non me ne posso separare. Sapevo che non mi sarei fermato alla scrittura, ma l’avrei portato a teatro. Dovevo mettermi in gioco in prima persona, non come predicatore, né come professore. Ma per portare a compimento questo lavoro era necessario un rapporto corporale con il pubblico. Poi ho capito che il personaggio che costruisce Marco mi piace di più di quello raccontato dagli altri evangelisti. Proprio per quello che Marco gli toglie. Lo lascia immerso in una sorta di solitudine. Sotto la croce, ad esempio, non compaiono né Maria né Giovanni. E poi i suoi insegnamenti, lodati da molti e seguiti quasi da nessuno… Quelli glieli trattiene in testa. Non so, questo personaggio, fosse anche per una questione di immaginario, mi piace, mi fa sognare.

Lei ha chiuso la recita alla Milanesiana a giugno dicendo: «C’era bisogno del sangue di un innocente per liberarmi dal mio nulla». È una frase molto forte.
Perché non è mia… È di Eugen Drewermann, il teologo tedesco che cercò una sintesi tra cristianesimo e psicanalisi e per questo rischiò la scomunica. La sera prima, a Spoleto, il finale non era quello. Mi è uscita così. Non so, non essendo credente non è che mi metto a parteggiare per una lettura o un’altra della figura di Cristo. Ma lo sforzo di Drewermann di collegare la vera rivelazione all’inconscio, secondo me ha un suo valore. Quella di Gesù sembra una figura sognata per raccontare cose indicibili. E una di queste cose è il nostro nulla.

Luca Fiore

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