Sandro Lombardi – La mia risposta a Dostoevskij

Sandro Lombardi

Questa intervista è apparsa sul numero di marzo 2012 di Tracce

«Di che è mancanza questa mancanza, / cuore, / che a un tratto ne sei pieno?». Sandro Lombardi annuisce sorridendo. Mario Luzi è una parte importante della sua vita, e quel verso lo conosce bene. Mi risponde con un mirabile endecasillabo del grande poeta toscano: «Quel che verrà verrà da questa pena», che a suo tempo appose come esergo al suo primo romanzo, Le mani sull’amore (Feltrinelli, 2009), il racconto di una consapevolezza di sé acquisita attraverso il dolore di una catastrofe sentimentale. Luzi e Lombardi lavorarono insieme diverse volte, a partire da una drammaturgia attorno al Purgatorio dantesco nel 1990. Lombardi ha anche letto, in mondovisione dal Colosseo, i testi della Via Crucis nel 1999, celebrata da Giovanni Paolo II. Fu un’amicizia importante, tanto che in questi giorni l’attore fiorentino sta terminando un libro dedicato a quella vicenda umana e artistica. Lombardi è una figura imprescindibile, assieme all’inseparabile Federico Tiezzi, per il teatro italiano degli ultimi decenni. Dopo i tempi della sperimentazione, quando la Compagnia Lombardi-Tiezzi si chiamava Il Carrozzone, è approdato ai grandi autori: da Beckett a Manzoni, da Brecht a Pasolini, da Aristofane a Müller, da Bernhard a Cechov, Pirandello, Forster… Insieme a Tiezzi, Sandro Lombardi ha avuto il merito di riportare in scena, dopo la morte di Giovanni Testori, testi come Edipus (1994), Ambleto (2001), e i capolavori dell’ultimissima fase Cleopatràs (1996), Erodiàs e Mater Strangosciàs (1998). Sandro Lombardi è un uomo colto, un «europeo dei nostri giorni», direbbe Dostoevskij: il suo romanzo di formazione, Gli anni felici (Garzanti, 2004), vincitore del Premio Bagutta Opera Prima, è stato definito da Dante Isella «la carta d’identità di un intellettuale di levatura europea».
Gli abbiamo chiesto di confrontarsi con il testo della presentazione di Julián Carrón per All’origine della pretesa cristiana. Siamo andati nella sua casa di Firenze a girargli la scandalosa domanda dostoevskijana.

Sandro Lombardi, un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?
La domanda è drasticamente radicale. Come Dostoevskij è solito porre le questioni, in maniera esplicita o implicita, all’interno delle vicende che racconta. Ma io mi chiedo perché porre questa domanda esclusivamente in rapporto al mondo contemporaneo.

Come mai?
È una domanda che mi pare valere per qualsiasi tempo, nella sua violenza di sollecitazione. Per quale motivo oggi dovrebbe essere diverso da ieri? Per le scoperte scientifiche? Perché il darwinismo apparentemente pone in crisi il creazionismo? Perché l’esplorazione dello spazio o delle più infinitesimali componenti dell’atomo pone in crisi l’idea che esista un altrove? Perché Freud ha scoperto l’inconscio? O Marx l’alienazione? Queste cose fanno parte della storia, della nostra storia, ma il credere si situa fuori dalla storia, trascende intrinsecamente la storia. Quindi non può essere messo in dubbio dall’evoluzione scientifica, che può, al contrario, tranquillamente inglobare. Porrei piuttosto l’accento sulla specificazione della cultura, più che delle epoche storiche. Da che mondo è mondo sono gli umili, gli illetterati, gli innocenti a essere facilitati nell’impegno di credere. E molti grandi intellettuali, da Virgilio a Manzoni, da Tolstoj a Pasolini hanno fatto un culto dell’umiltà. E non è un caso, credo, che in essi palpiti una grande religiosità, indipendentemente dal fatto confessionale.

L’uomo moderno, però, vive del mito della ragione, che si erge misura di tutte le cose…
Ma non ce l’aveva già l’uomo antico, la ragione? Non era già presente nella cultura classica? O nella Firenze del Rinascimento?

Sì, ma occorre rispondere oggi.
Certo, ma quello che voglio dire è che i contemporanei di Gesù, o gli intellettuali a cui si rivolgeva san Paolo, avevano probabilmente la stessa nostra difficoltà a credere. Pensare ad allora significa azzerare la distanza temporale. L’incarnazione di Gesù (la vicenda umana di Gesù, per chi non crede) è nel mondo, sta dentro la storia. Ma nello stesso tempo, per chi crede, annulla la storia, la attraversa: quell’attimo fu allora ed è oggi. La sollecitazione che Gesù ha posto agli uomini attende una risposta in ogni tempo storico, compreso naturalmente il nostro.

Ma alla domanda di Dostoevskij, lei come risponde?
Naturalmente rispondo in modo affermativo. Sto solo cercando di circostanziare la mia risposta. Dunque, non vedo per quale motivo un uomo colto, un europeo dei nostri giorni, non possa credere alla divinità di Gesù Cristo. Anzi, al contrario: direi che proprio l’apparente conquista di un modo di vedere il mondo e l’uomo che fa a meno dell’ipotesi della divinità, per forza di cose, fa sorgere negli animi, con ancor più forza, il bisogno, il desiderio di qualcosa d’altro. Ci diciamo: tutto questo a me non basta. Non può bastare, perché se deve essere questo a soddisfare la mia sete d’infinito, il mio desiderio di bellezza, compiutezza, conoscenza, evoluzione interna, amore… non basta. Non basta a nessuno. Siamo tutti insoddisfatti. Siamo sette miliardi di esseri umani insoddisfatti. Perennemente in cerca d’amore, segnati da un’inesausta e inesauribile richiesta d’amore. Ora, inscrivere questa richiesta in una visione del mondo desacralizzata, la rende inevitabilmente fallimentare. Per questo, credo, può scattare nella vita di ognuno, oggi come ieri, il desiderio di inscriverla, al contrario, in un contesto trascendente. In altre parole, solo Gesù può rendere appagabile la nostra fame d’amore.

Carrón qui dice che il Cristianesimo si pone nella storia come un fatto, una presenza fatta anche di uomini. Uomini la cui umanità è cambiata dal rapporto con Cristo. Lei ha mai incontrato qualcuno la cui vita è fatta fiorire in questo modo?
Sì, ho incontrato persone che mi hanno molto colpito, e che mi hanno anche messo molto in crisi. Mi hanno fatto riflettere. Mi hanno confortato. Mi hanno aiutato. Non tanto perché io vedessi che la presenza di Cristo nella loro vita li faceva più buoni, moralmente più accettabili, eticamente più corretti. Ma perché li trasformava nel loro essere, li faceva apparire fonti di luci diverse. Di luci nuove. Pur in mezzo a difficoltà e dubbi («Signore, io credo, aiutami nella mia incredulità», dice l’uomo uscito dalla folla che chiede il miracolo per il figlio indemoniato nel Vangelo di Marco). Di fronte a persone così, ci si può spingere a pensare che siano prove viventi dell’esistenza di Dio? Perché no? Fanno riflettere, mettono all’angolo e costringono a chiedersi: che cosa è successo a loro che a me non è successo? Perché quest’uomo è così luminoso, o questa donna così felice? Cos’è che li fa così belli? I filosofi si sono spaccati il cervello per dimostrare l’esistenza di Dio. Ma non ci sono le prove filosofiche dell’esistenza di Dio. Oppure la prova dell’esistenza di Dio sta semplicemente nel fatto che siamo vivi, che abbiamo degli occhi, con cui vediamo le cose che esistono. Sta nel fatto che proviamo emozioni, sentimenti, che ci innamoriamo… O accettiamo le prove più semplici: un fiore che sboccia, un’ape che ronza, una persona felice, la bellezza di un verso, di una frase musicale ispirata… O accettiamo che sono queste le prove dell’esistenza di Dio, oppure non le troveremo mai.

Lei si è confrontato con l’opera di Luzi e Testori. Due grandi personalità che si sono poste il problema dell’umanità nel rapporto con la persona di Cristo. Dal punto di vista artistico e dal punto di vista umano. Che cosa l’ha colpita di loro?
Il fatto che tra i due livelli, quello artistico e quello umano, non ci fosse differenza né separazione. L’artisticità, la dimensione poetica di entrambi coincide con il loro percorso in rapporto a Cristo. O meglio: in rapporto alla volontà di conoscere la vita e la realtà, volontà che nel loro caso coincide con uno sguardo rivolto al divino. Può essere un percorso relativamente pacificato, pur se non esente da ombre, come nel caso di Luzi, o drammaticamente tormentato, come nel caso di Testori.

Che ruolo hanno avuto i loro scritti nella sua vita?
Sono stati fondamentali. Come decisivi sono stati anche altri autori. Il rapporto con l’opera d’arte non è solo un fatto estetico. Come diceva Testori, il rapporto con la pittura è questione di vita e di morte. L’opera d’arte ti segna se ti scortica, ti scopre, se ti “stana”. Non ti fa troppo felice sul momento, ma in realtà ti sta donando una felicità vera, grande. Ti chiede di uscire da te stesso per essere compresa.

Non tutte le opere sono così.
Sì, anche se questo va detto senza eccessiva puzza sotto il naso. Un’intensità artistica capace di scuotere la puoi trovare anche nelle pieghe di un romanzetto poliziesco di Simenon… uno sguardo sul mondo, sulla realtà… certe sue malinconie, certi squarci tra Parigi, Amsterdam e Bruxelles… certe desolazioni urbane mentre nei cuori palpitano le passioni, quei personaggi così vivi… Io amo l’arte che ha un rapporto stretto con la realtà. Ma questo non significa aspirare a un realismo da riproduzione fotografica, quanto a immagini filtrate da un percorso di conoscenza della realtà, un percorso motivato dal desiderio di conoscere il reale. Questo si può trovare nel grande capolavoro del Paradiso dantesco, ma anche nei dipinti di Caravaggio, nella musica di Bach, di Mozart – mi ha colpito molto questo incipit sull’Et incarnatus est. Ma lo si può trovare anche presso chiunque abbia tentato, pur se spesso prendendo strade senza uscita, di comprendere la realtà e di acquisirne una conoscenza inedita, rinnovata. Artisti, filosofi, santi, ma anche persone comuni – solo che queste non le possiamo citare perché non ci hanno lasciato testimonianze. La questione è farsi stanare, farsi mettere in discussione, lasciarsi portare allo scoperto dalla testimonianza di qualcos’altro, sia esso un’opera d’arte oppure un accadimento esistenziale. La vera esperienza estetica per me è quella, al di là dell’estetica, che entra dentro la vita. L’arte non è un qualcosa in più per abbellire la vita. È ciò che serve a vivere. A vivere non solo nella misura in cui un uomo può diventare colto, ma nella dimensione in cui un uomo vuole diventare capace di credere, per esempio, alla divinità di Gesù Cristo. E l’aiuto può arrivare anche da una poesia, da un dipinto. E non è necessario che la poesia sia di ispirazione cristiana.

Leopardi non era credente…
Sì, appunto. Leopardi era un materialista, in teoria. Spesso le persone non sanno esattamente quello che sono. «Primavera dintorno / brilla nell’aria, e per li campi esulta»… Questi versi contraddicono tutto il supposto ateismo di Leopardi. Perché c’è uno sguardo totalmente innamorato del miracolo costituito dalla realtà… Anche Proust era convinto di essere ateo e che la sua salvezza sarebbe venuta soltanto dal compimento dell’opera. Eppure in tutto il meccanismo della memoria involontaria, le rivelazioni che gli arrivano, le epifanie che gli rivelano la tanto agognata “verità”, possono anche esser viste come interventi, iniziative dell’Altro.

Giussani parla di una «presa di coscienza attenta e appassionata di me stesso».
Conquistare la capacità di amarsi, di amare se stessi non è così semplice. Ed è una delle cose più impressionanti del messaggio cristiano. Noi siamo portati a pensare che nel momento stesso in cui un uomo diventa cristiano, scattino principalmente meccanismi di senso di colpa, di senso del peccato, del dovere al sacrificio eccetera. Ci dimentichiamo sempre che c’è questa richiesta, questa offerta inattesa che invita ad amare noi stessi. La «presa di coscienza tenera, attenta e appassionata di se stessi» è una conquista. Sembra semplice, ma…

È necessario qualcuno che ci desti a questo.
Può essere una persona che si conosce, sì, ma può essere anche uno scrittore che leggi… Poche cose mi sono state utili a capire quanto sia necessario acquisire «una presa di coscienza tenera e appassionata nei confronti di se stessi» come La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust. Che è un colossale lavoro, spaventosamente arduo, per prendere coscienza di sé e per comunicare questa esperienza. Potrebbe sembrare una mossa di egoismo, ma non è così, perché il cristianesimo dice: se non impari prima di tutto ad avere tenerezza, amore, attenzione, cura, rispetto nei confronti di te stesso, non l’avrai neanche nei confronti degli altri. E neanche nei confronti dell’Altro per eccellenza che è Cristo. Inoltre non dimentichiamo che Proust ha letteralmente dato la vita per quell’opera. Per essere ricordato dai posteri? Certo, anche. Ma di fatto ha lasciato a noi un tesoro non solo di bellezza estetica ma anche di grande spessore sapienziale, quasi biblico.

Perché l’ha colpita la sottolineatura dell’Incarnatus est?
Et incarnatus est… Si è fatto come noi. E quindi ha pianto, ha sofferto, ha avuto paura… È difficile non rendersi conto della portata così sconvolgente e rivoluzionaria di quel passo del Vangelo che racconta la notte al Getsemani. Gli evangelisti scrivono che Gesù provò paura, solitudine e angoscia. Tre sentimenti che ci accompagnano quotidianamente.

A un certo punto Carrón dice : «Cristo si sottopone alla verifica del nostro cuore, non ci chiede di credergli “a priori”, per questo la pretesa cristiana è la sfida più imponente davanti alla quale un uomo si possa trovare, perché mobilita tutte le risorse che si hanno a disposizione : ragione, affezione, libertà».
Sì, Cristo è una realtà che tu puoi riconoscere o no. Tutti noi siamo in quella fase in cui non Lo vediamo, è come non vedere una cosa che c’è. Se non la vedi è come se non ci fosse. Tutti noi abbiamo bisogno di essere aiutati nella nostra incredulità.

Cosa deve succedere per vederla?
Normalmente si parla di conversione. Convertirsi non significa passare da una religione a un’altra, o passare dall’ateismo alla fede. Convertirsi significa cambiare, trasformarsi. Si usa questo termine per indicare un accadimento dentro di noi, nel cuore, nella ragione di un essere umano. Non si tratta necessariamente ed esclusivamente di riconoscere la verità o la realtà di una determinata fede religiosa. Può essere semplicemente un momento di commozione nei confronti della realtà. Di fronte a un essere umano, a una creatura, a un bambino, a un fiore, a un libro, a un momento dell’esistenza… Come nelle epifanie così ben descritte da Proust, quando improvvisamente la verità balena allo sguardo, all’esperienza quotidiana, al di là dell’apparenza delle cose. Questi sono momenti di conversione. In realtà, anche se spesso uno non lo sa, e magari pensa che siano soltanto momenti d’illuminazione estetica o di commozione amorosa, si tratta di piccole conversioni. Ma possiamo anche vederla dal punto di vista opposto: il momento della conversione, cioè del riconoscimento della divinità di Gesù, se non passa attraverso un’umile commozione, molto più simile a quella che può suscitare un bambino, un fiore, la fragilità di un vecchio… Ho paura che resti qualcosa di lontano. Come nota anche Carrón. Allora o Gesù commuove nel profondo, oppure resta un fatto del pensiero, della volontà, quasi un’ideologia: credo perché voglio credere, perché ho deciso di credere, perché sono nato in una società che storicamente è cristiana, perché mi trovo bene con tanti amici che credono, perché mi sono innamorato di un ragazzo credente…

È proprio dalla commozione per l’umanità di Cristo che i discepoli e chi lo incontrava riconoscevano la sua divinità.
Non è necessario che per tutti noi avvenga una cosa così spettacolare come quella che toccò a Saulo di Tarso. Può essere ugualmente grandioso anche se ti si presenta sotto forma di una piccola commozione legata al vivere quotidiano, in cui riconoscere che dietro ci può essere il «perché mi perseguiti? perché mi crocifiggi?». Nella misura in cui guardiamo al sacrificio di Gesù come a qualcosa che, oltre a essere accaduto quel giorno in quel luogo, si ripete fuori dalla storia ogni giorno in ogni luogo, possiamo concludere che ogni cattiveria lo crocifigge di nuovo. E non solo le grandi tragedie come l’Olocausto. Anche la più piccola sgarberia a qualcuno che da noi si aspetta un gesto affettuoso lo crocifigge di nuovo. Ma se questo è vero, forse possiamo anche dirci che ogni nostro gesto affettuoso e disinteressato lo risuscita… Ma, ripeto, credo che per essere contigui a Gesù sia soprattutto necessario saper tenere in vita le nostre parti bambine, rifuggire dall’equazione: cultura=adultità, sapienza=emancipazione. La vera saggezza risiede nella capacità di non rigettare la dimensione dell’infanzia come stato di vita. Questo è il solo modo in cui anche l’uomo più colto può riacquisire l’innocenza dell’umile, dei pastori che, non a caso, cadevano in adorazione di fronte a un bambino, a Betlemme, in una notte d’inverno…

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