I sorprendenti segreti del Kerala

Questo reportage è apparso su Oasis del luglio 2009

«Siamo fiori diversi di un’unica pianta». Sceglie questa immagine Basheer Rawther, avvocato di Changanacherry, per descrivere il rapporto tra indù, musulmani e cristiani che vivono in Kerala. Non importa che Rawther appartenga alla comunità musulmana. Chiedete a chiunque per strada e vi risponderà più o meno allo stesso modo. Questa regione a sud-ovest dell’India sembra essere un mondo a parte rispetto a l’immagine che negli ultimi mesi il Paese ha dato di se stesso. Qui, tutto sommato, gli attentati terroristici di Mumbai, che dista poco più di mille chilometri, e i pogrom contro i cristiani dell’Orissa sono visti come fatti drammatici ma lontani. Oggi il paese di Gandhi sembra aver pochi motivi per sperare in un futuro di convivenza e di pace. Eppure la sua stessa esistenza, dalla mezzanotte del 15 agosto 1947, è lì a dimostrare al mondo che è possibile una coesistenza tra gruppi etnici, religiosi e linguistici diversi. Lo si può dire senza chiudere gli occhi di fronte alle mille contraddizioni che contribuiscono a plasmare l’identità di un paese irriducibile a facili schemi. La violenza e l’odio hanno sempre segnato dolorosamente questo Stato e le tensioni di oggi trovano la propria radice in un passato recente assai turbolento. Il Kerala, in questo contesto, si pone come un’eccezione di cui non si può non tener conto.

Basta poco, arrivati in Kerala, per capire che le cose funzionano diversamente rispetto ai grandi centri del paese cui tutto il mondo guarda per i suoi record economici. Niente fasti della Bollywood che scintilla negli alberghi di Mumbai, niente fermento da Silicon Valley che si respira a Bangalore. La vita scorre lenta, come le piccole canoe che attraversano le acque interne, le backwaters, che costeggiano il litorale e penetrano nell’entroterra. Qui le imbarcazioni attraversano laghi poco profondi, orlati di palme e disseminati di reti da pesca cinesi e percorrono stretti e ombreggiati canali dove vengono imbarcate fibra di cocco, copra (fibra di cocco disidratata) e anacardi. Lungo il loro tragitto incontrano piccoli villaggi con moschee, templi e scuole, e minuscoli agglomerati di case dove la gente vive su strette strisce di terra bonificata, larghe pochi metri. Già prima dell’alba, ai margini delle strade male asfaltate che attraversano boschi lussureggianti, la gente cammina con passo veloce per recarsi nelle piccole città. Vuole raggiungere il posto di lavoro o sbrigare i propri affari. Le donne vestono quasi esclusivamente il sari o il salwar kameez (tunica a pantaloni) ed è raro vedere abiti femminili all’occidentale. Per gli uomini è diverso, anche se il lungi, un pezzo di stoffa colorato che viene avvolto attorno alla vita, è la più comune tenuta per i momenti informali. In Kerala non è raro vedere lungo le strade grandi elefanti che vengono utilizzati come bestie da lavoro: trasportano tronchi d’albero o vengono utilizzati come “montacarichi” nelle falegnamerie. Capita anche che possano diventare pericolosi, come quando, lo scorso febbraio, uno di essi, infuriato, ha seminato il panico per tre ore nel centro di Kochi prima di essere sedato da veterinari e poliziotti. Pochi giorni prima un altro elefante sfuggito al controllo aveva travolto una donna, uccidendola, e ferito 19 persone nel festival del tempio di Ernakulam, sempre a Kochi. Episodi, si direbbe, d’altri tempi.

KOTTAYAM

I 35 milioni di abitanti del Kerala vivono con un reddito medio pro capite di 550 euro l’anno. I due pilastri dell’economia locale sono la pesca e l’agricoltura, tanto che le centinaia di migliaia di laureati di ottimo livello nelle università locali sono costretti a cercare lavoro nel resto dell’India oppure sull’altra costa del Mare Arabico. Quasi un milione e mezzo di abitanti (circa il 4%) vive all’estero, in modo particolare nei paesi del Golfo Persico. Non è un mistero che a sostenere l’economia locale siano le rimesse degli immigrati e, ora che lo sviluppo di città come Dubai è paralizzato dalla crisi economica, è prevedibile che il flusso di denaro dall’estero sia destinato a rallentare.

Ma il Kerala vanta altri record. Nel 1957, infatti, diventa la prima regione del subcontinente in cui le elezioni democratiche sono vinte da un partito marxista. Si tratta, poi, del primo stato indiano per quanto riguarda l’alfabetizzazione: il 91% contro il 65% del resto del Paese; è prima regione indiana per longevità (dieci anni in più rispetto ai 69 anni della media nazionale) e soffre delle minori disparità socio-economiche tra uomini e donne o fra caste.

Infine, il Kerala è lo stato indiano con il più alto tasso di pluralismo religioso. Siamo di fronte, infatti, a un coriaceo esempio di convivenza in atto, a dispetto del mosaico di comunità che lo compongono: la maggioranza della popolazione è indù, ma il 25% è musulmana e il 20% è cristiana. Un’enormità se si pensa che la media della popolazione cristiana in India si attesta al 2,3%.

Il Kerala ricorda, al netto dello sviluppo economico ancora arretrato rispetto al resto del Paese, gli splendori del Libano degli anni Sessanta. La convivenza tra i diversi gruppi religiosi, infatti, risale a tempi immemorabili. San Francesco Saverio, il missionario gesuita spagnolo giunto su queste rive indiane sulla scia di Vasco da Gama, dovette costatare con sorpresa l’esistenza di un’importante presenza cristiana di rito siriaco. L’arrivo del cristianesimo in India, infatti, viene fissato dalla tradizione al 52 d.C., quando l’apostolo Tommaso giunse in Kerala grazie ai contatti con le colonie di mercanti ebrei già presenti sulle coste del Mare Arabico. A Cennai (Madras) è conservata la tomba dell’apostolo e i cristiani di queste zone vengono chiamati Thomaschristians, i cristiani di San Tommaso. Nonostante non vi sia dal punto di vista storico certezza circa l’arrivo dell’apostolo fin sulle coste del Kerala, le Chiese locali – in particolare quelle di rito siriaco – sono fiere del legame diretto con la tradizione apostolica. L’arrivo pacifico dell’Islam, invece, risale al VII secolo; ne furono tramite i mercanti arabi di spezie. Due millenni di convivenza reale tra le tre grandi religioni ci hanno consegnato una profonda stima tra le diverse comunità.

CHANGANACHERRY

Per Seeman e Deepa, due giovani cristiani siro-ortodossi, è il giorno più bello: si sposano nella loro parrocchia. Sull’altare, oltre ai sacerdoti ortodossi, ce n’è anche uno cattolico, amico di famiglia di lei. I sari sono quelli dai colori sgargianti della festa, il piccolo coro intona le tortuose melodie siriache cantate in malayalam, il turibolo con l’incenso riempie l’ambiente di fumo profumato. La chiesa è piena di gente, ma anche se di posto ce ne sarebbe ancora, all’ingresso si assiepa, senza entrare, un folto gruppo di una cinquantina di persone. Sono gli invitati non cristiani: indù e musulmani. Attendono la fine della cerimonia, poi anche a loro sarà offerto il rinfresco nuziale come agli altri amici.

Fianco a Fianco, a Scuola e nelle Feste

A Fort Cochin si può respirare tutta la complessità della cultura e della storia del Kerala. Le vestigia dell’epoca coloniale, le chiese barocche e le case in stile portoghese con gli infissi di color azzurro turchino, si alternano ai piccoli negozi di prodotti tipici, botteghe di artigiani, case umili e precarie. Sempre a Fort Cochin si può visitare un’antica sinagoga che testimonia la presenza di una piccola comunità ebraica. Un po’ dappertutto, appesi ai muri di mattoni, ci sono i manifesti di propaganda del locale Partito Comunista. Nella via principale della città vecchia c’è una delle sue sedi decorata con un murale che ritrae Che Guevara. Il bizzarro pantheon di questo partito marxista, infatti, ospita oltre il guerrigliero argentino, anche Saddam Hussein e Madre Teresa di Calcutta. Non è impossibile vedere i tre volti campeggiare su manifesti durante manifestazioni pubbliche. Che cosa c’entrino Saddam Hussein e Madre Teresa è presto detto: con Che Guevara, qui in India diventano il simbolo della lotta alla povertà e al potere coloniale degli Occidentali.

Se è vero che la comunità musulmana è concentrata soprattutto nel nord del Kerala e quella cristiana nel sud, va rilevato che non esistono “ghetti” all’interno delle città e dei villaggi: cristiani e musulmani si trovano spesso a essere vicini di casa. Dalla terrazza di uno dei tanti negozi di Fort Cochin, l’antica colonia portoghese attorno alla quale si è sviluppata l’attuale Kochi, si possono vedere una moschea, una chiesa e un tempio indù praticamente nello stesso isolato. I bambini delle diverse religioni cominciano a vivere fianco a fianco seduti sui banchi di scuola. Da compagni di banco diventeranno spesso colleghi di lavoro. A Changanacerry, ad esempio, tutti sanno quanto sia stata importante per la recente storia della città l’amicizia, nata proprio ai tempi della scuola, tra S.E. Mons. Joseph Powathil, Arcivescovo emerito della diocesi locale e già presidente della Conferenza episcopale indiana, e Narayana Panikker, segretario generale della Nair Service Society, un’associazione benefica induista che conta 5600 sezioni in Kerala per un totale di 6,5 milioni di aderenti. Un’amicizia cordiale che ha favorito e approfondito la buona convivenza tra la comunità cristiana e quella indù. Anche in uno dei momenti più tesi della storia indiana, tra il 1967 e il 1970, quando si registrarono 1365 incidenti tra indù e musulmani, solo 142 ebbero luogo nel sud del paese.

Ma a dare il senso fisico della convivenza sono soprattutto le feste religiose, che sono moltissime. Alle feste dei santi patroni la comunità cristiana organizza grandi processioni nei paesi, sulle vie si riversano centinaia di bancarelle che vendono ogni ben di Dio e le strade si illuminano di mille luci colorate. La città o il villaggio si ferma e tutti, anche indù e musulmani, partecipano alla festa. Nessuno vuole mancare al tradizionale spettacolo pirotecnico e bambini, adulti e anziani delle diverse religioni si trovano fianco a fianco con il naso all’insù a guardare il cielo illuminarsi. Comunemente, dietro la statua del santo portata a spalla dai fedeli si fa strada un gruppo di percussionisti che eseguono la musica tradizionale. Nove volte su dieci i musicisti sono indù. Lo stesso avviene per le altrettante feste religiose indù. Non è raro, poi, che le famiglie musulmane invitino i vicini di casa delle altre religioni per i festeggiamenti della fine del mese del Ramadan. Le relazioni tra le diverse religioni, in alcuni casi, rasentano il sincretismo: capita che gli indù venerino santi cristiani visti come incarnazioni della loro unica divinità.

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Le conversioni tra i diversi gruppi sono rare, ma ci sono. In Kerala nessuno, a parte gli agguerritissimi pentecostali, fa proselitismo. Capita anche che alcuni indù si convertano al cristianesimo senza troppe difficoltà da parte della famiglia d’origine. In una piccola parrocchia di Kottayam, ad esempio, una delle parrocchiane si è convertita dall’induismo. È un’illustratrice di libri per bambini e la domenica si ferma dopo la messa per aspettare la figlia dodicenne che frequenta il catechismo. Nella stessa parrocchia una donna musulmana ha sposato un cristiano e si è fatta battezzare. La cosa viene raccontata tranquillamente, senza nessun timore. Cosa impensabile in tanti paesi musulmani. Il fatto che la donna non abbia avuto problemi, o che sia ancora viva, la dice lunga sul clima che si respira a Kottayam. S.E. Mons. Abraham Mar Julios, vescovo di Muvattupuzha, racconta che nella sua diocesi è capitato recentemente che 30 famiglie indù immigrate dal Tamil Nadu si siano convertite al cristianesimo. Sono famiglie molto povere, venute in Kerala perché i capi famiglia avevano trovato lavoro in una cava di ghiaia. Che cosa li ha convinti ad abbandonare la propria religione?

«Le persone con cui ho parlato – dice Mons. Mar Julios – mi hanno detto di esser state affascinate dalla comunità parrocchiale del loro paese. Sono rimasti colpiti dal fatto che quella cristiana è una “comunità orante”, dal fatto cioè che i cristiani pregano insieme e che si concepiscono come comunità. La preghiera degli indù è sempre individuale e raramente il custode del tempio conosce bene le persone che frequentano il luogo di culto. Il parroco di solito conosce per nome tutti i suoi parrocchiani».

Padre Lorenzo Buda, invece, è un monaco della Piccola famiglia della Resurrezione di Cesena. Ha una lunga barba bianca che scende lungo il saio arancione nel quale è avvolto un corpo magro magro. Vive in un monastero immerso nella jungla sui monti Ghat meridionali, al confine con il Tamil Nadu. Il villaggio si chiama Idukki e dista poco più di 60 chilometri da Kottayam. Qui la gente è molto semplice e molto povera. In dieci anni di presenza a Idukki cinquanta persone hanno chiesto il battesimo. «È difficile dire perché chiedono di diventare cristiani – spiega padre Buda – ma da qualcuno mi sono sentito dire che mai prima di allora si erano sentiti voler bene in quel modo».

Gerarchia Intramontabile

«Non c’è dubbio – spiegava nel 1966 l’antropologo francese Louis Dumont nel suo monumentale Homo Hierarchicus – che spesso gli intoccabili, convertendosi [al cristianesimo] abbiano risposto al richiamo di una religione egualitaria predicata dai potenti, ma non risulta che la loro situazione sociale sia di fatto migliorata, sia nell’ambiente indù, sia perfino, nell’ambiente cristiano». Se da una parte è vero che il fardello del sistema castale grava ancora sulla società del Kerala, come del resto in tutta l’India, la promozione dell’istruzione da parte della Chiesa certamente ha permesso di attenuare la rigida gerarchizzazione della società e ha dato la possibilità a molti figli delle caste più basse e agli intoccabili di migliorare la propria condizione sociale. D’altro canto è anche vero che, come afferma Dumont, neppure i cristiani del Kerala sono del tutto esenti dal concepire la società in senso castale. In fondo la casta è impressa sul destino degli indiani tramite il nome della propria famiglia. E il nome uno se lo porta fin nella tomba. E questo, in ogni caso, vale anche per i cristiani. Nonostante il Kerala debba essere considerato, a ragione, un esempio di convivenza interreligiosa, negli ultimi anni non sono mancati scontri tra le diverse comunità, in particolare tra indù e musulmani. Nei confronti dei cristiani gli episodi di violenza finora hanno interessato le cose, raramente le persone. Può capitare, infatti, che una chiesa venga presa di mira dal lancio di sassi o qualche cappella votiva sia distrutta, ma in Kerala nessuno ancora si è spinto a uccidere per ragioni religiose. Nel 2004 in un villaggio vicino alla città di Kozhikode (Calicut) 35 persone, armate di spranghe di ferro e urlando slogan induisti, hanno attaccato 4 suore e 3 fratelli dell’ordine di Madre Teresa. Alcuni assalitori intimarono alle suore di lasciare il villaggio e di smettere di convertire fedeli indù al cristianesimo. Si tratta tuttavia di un caso isolato. È vero, però, che nell’ultimo decennio il Bharatiya Janata Party (BJP), partito nazionalista indù al governo in India fino al 2004 ma minoritario in Kerala, ha fatto sentire con voce sempre più forte le proprie rivendicazioni per “un’India degli indù”. Parallelamente sono aumentati gli episodi di violenza riconducibili al Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), considerato il braccio armato del BJP. Nelle madrasse islamiche si è incominciato a predicare il jihad contro gli oppressori indù. In diverse occasioni alcuni militanti islamici sono stati arrestati mentre combattevano in Kashmir, ed è capitato anche che le stesse organizzazioni islamiche considerate fondamentaliste abbiano condannato apertamente l’utilizzo delle madrasse come nascondiglio per armi ed esplosivi. Si sa, inoltre, che finanziamenti arrivano direttamente dall’Iran, dal Pakistan e da altri Paesi del Medio Oriente. Negli ultimi anni ha ottenuto sempre più successo il National Development Front (NDP), un movimento islamista che si concentra nella difesa dei diritti socio-economici dei musulmani, dei dalit e delle altre backward classes. Recentemente l’NDP ha annunciato che si impegnerà a fondo nella Dawa, la predicazione missionaria nei confronti delle altre comunità, e ha accusato le altre associazioni musulmane di trascurare questo tipo di attività. Nella regione è in crescita anche la Jamaat-Islami, un’organizzazione che cerca di diffondere “la vera consapevolezza” nella società musulmana e di purificarla da tutti i rituali non islamici e dalle superstizioni. Attualmente in Kerala questo movimento assume toni più moderati che nel resto dell’India e si è detto disponibile al dialogo con le altre religioni. L’altra organizzazione emergente è lo Students Islamic Movement of India (SIMI) che invoca la “liberazione dell’India” attraverso la sua trasformazione in uno Stato islamico.

KOTTAYAM

Resta il fatto che la maggioranza dei mappila, come comunemente vengono chiamati i musulmani del Kerala, non ha per ora ceduto alle sirene del fondamentalismo. «I musulmani del Kerala – spiega l’islamologo padre James Narithookil – si distinguono dai musulmani del resto dell’India innanzitutto per la lingua che è il mappila malayalam, un misto di dialetto del nord del Kerala e arabo, mentre nel resto dell’India i musulmani parlano l’urdu. L’arabo, infatti, era la lingua del commercio sulle coste del Kerala ben prima della diffusione dell’Islam. Rispetto ai musulmani del resto dell’India, quelli del Kerala sono più istruiti e più socievoli. In loro si trova sicuramente una maggior propensione all’armonia e alla convivenza interreligiosa e sono maggiormente disponibili a cooperare con indù e cristiani per il progresso sociale e morale». Secondo Roland E. Miller, autore di Mappilla Muslims of Kerala, i motivi della peculiarità dell’Islam di questa regione vanno ricercati nella sua separazione linguistica, culturale e geografica dal resto dell’India. È un fatto che i mappilla non hanno partecipato alla civiltà imperiale islamica dell’India centro-settentrionale. Almeno fino alla storica ribellione dei mappilla contro i coloni inglesi del 1921, finita in un bagno di sangue islamico, le relazioni con i musulmani nel nord del paese erano assai tiepide e si limitavano a sporadici contatti, di solito in concomitanza con i pellegrinaggi alla Mecca. In occasione della ribellione armata, spiega Miller, «l’importanza simbolica dei mappila nel mantenere viva e nel far progredire la Lega Musulmana diede alla comunità del Kerala una visibilità presso i musulmani del nord che prima non aveva». In seguito, la nascita del Pakistan nel 1947 mostrò come nei mappila il senso di “alterità” della loro comunità rispetto alla maggioranza indù non coincidesse con un senso di “non-indianità”. La solidarietà con i correligionari, anche nel caso della successiva nascita del Bangladesh, confliggeva nei musulmani del Kerala con il senso di appartenenza alla nazione indiana. Questo ingombrante imbarazzo non fece che acuire la consapevolezza di essere una minoranza contemporaneamente in Kerala e in India. Il senso di essere una minoranza, rileva Miller, è infatti una delle caratteristiche decisive per descrivere l’autocoscienza dei mappila.

La culla del fondamentalismo

Ma qual è, davvero, il segreto del Kerala? Che cosa permette a questo fazzoletto di terra di rimanere, nonostante le eccezioni e le contraddizioni, un’oasi di convivenza? Se si chiede ai leader cristiani, indù o musulmani perché il Kerala non è ancora l’Orissa, la risposta è sempre la stessa: «education». È l’ignoranza la culla del fondamentalismo e della violenza. Come detto, in questa regione il tasso di alfabetizzazione è il più alto dell’India e si attesta su standard europei. Varie sono le ragioni di questo record, ma non c’è dubbio che la presenza millenaria di una consistente comunità cristiana locale abbia promosso, attraverso un impegno visibile, la diffusione non solo di istituzioni educative, ma anche di una mentalità altrimenti impossibile nel resto dell’India indù e musulmana. Ancora prima dell’arrivo dei portoghesi, furono i sacerdoti cristiani a iniziare a insegnare ai fedeli a leggere e a scrivere il siriaco per poter seguire la liturgia, visto che le uniche scuole esistenti prima di allora erano sostanzialmente centri di formazione per la casta più elevata, quella dei bramini.

Oggi la presenza dei cristiani nella regione è certamente massiccia. Si pensi che per quanto riguarda solo i cattolici, che sono circa 4,8 milioni, si contano 29 diocesi, più di 4200 parrocchie, 8000 preti, 31 mila suore. In un paese a maggioranza cattolica come l’Italia, il rapporto tra preti e l’intera popolazione è uno su 1800. Qui, dove i cattolici sono il 20%, il rapporto è di uno su 4300 ma, se si considerano solo i fedeli cattolici, il rapporto sale a 1 su 600.

Un altro record del Kerala, infatti, è il fiorire di vocazioni religiose. Quasi tutte le diocesi, infatti, hanno un seminario minore e il Kerala è una delle poche regioni in grado di “esportare” sacerdoti e suore. Le ragioni di questo fenomeno sono diverse e non facili da individuare. Secondo Mons. Joseph Perumthottam, Arcivescovo di Chaganacherry, il motivo principale è da ricercare nell’educazione che questi ragazzi ricevono in casa dai genitori: «Ci sono ancora molte famiglie che vivono un profondo attaccamento alla religione e presso di loro è forte la stima per la vocazione al sacerdozio. Così non impediscono a priori che i propri figli intraprendano questa strada. Va detto, però, che anche da noi i numeri si stanno piano piano assottigliando». Una così grande ricchezza di “forza lavoro” permette alla Chiesa cattolica di gestire oltre 5800 istituzioni educative: 1800 asili, 1300 scuole elementari, 650 scuole medie, 1000 scuole superiori, 600 scuole professionali e svariate università. Se si pensa che il Governo locale sovvenziona circa 12 mila centri scolastici e che non tutte le scuole cattoliche sono sovvenzionate, appare chiaro che la Chiesa in Kerala sostiene il 50-60% dell’istruzione della regione. Si tratta di scuole aperte a tutti, nelle quali musulmani, indù e cristiani – oltre a ricevere un’istruzione di primo livello – imparano a conoscersi, stimarsi, perfino a diventare amici. Per quanto possa suonare strano alla mentalità europea, le scuole cristiane, per la stragrande maggioranza cattoliche, non sono percepite dagli indù come una minaccia o uno strumento di proselitismo. Alcuni anni fa Soli Sorabjee, procuratore generale dell’India fino al 1990, partecipò a un incontro di ex alunni del St. Xavier’s College di Mumbai, l’università che aveva frequentato da ragazzo, alla presenza di diversi altri dignitari, ministri ed ex ministri del governo di Delhi. Nel suo discorso ufficiale rilevò da indù: «I professori di questa Università non mi hanno convertito, ma mi hanno trasformato». Ma se è vero che l’educazione non si limita al campo dell’istruzione, poiché è un processo culturale a tutto campo, l’influenza della Chiesa cattolica sulla mentalità della popolazione locale passa anche da un intensissimo impegno nel sociale.

Anche qui i numeri parlano chiaro: 300 orfanotrofi, 400 case di riposo, 440 ospedali e 91 pubblicazioni. Se il ruolo giocato dalla Chiesa nella società è certamente centrale, soprattutto nell’ambito dell’educazione, esiste anche da parte musulmana e indù uno sforzo positivo in questo senso.

La Samastha Kerala Jameyyat ul-Ulama è un’importante scuola di pensiero dell’Islam “tradizionalista”, che si oppone al cosiddetto Islam “modernista”. Questa organizzazione, diffusa in Kerala da prima dell’indipendenza indiana, ha concepito un modello di “madrassa part-time”, che offre cioè un tipo di educazione religiosa che permette agli studenti di seguire regolarmente anche le scuole secolari. Questo ha favorito, oltre all’alfabetizzazione, anche una maggior integrazione della società del Kerala e un più sereno rapporto con la modernità da parte dei musulmani locali.

KOTTAYAM

In questo quadro assai composito, un ruolo decisivo per il futuro del Kerala lo svolge il Partito Comunista che ha la maggioranza nel Governo locale. Nel corso dei decenni, è vero, il Partito Comunista si è alternato con il Congresso ma è sempre rimasto il primo partito raccogliendo consensi da tutti i gruppi religiosi della regione. Alle ultime elezioni locali svoltesi due anni fa, i comunisti sono tornati al potere e hanno iniziato un duro braccio di ferro con la Chiesa cattolica. Oggetto del contendere è proprio la libertà di educazione. Nel 2007, infatti, il Governo ha proposto una riforma del sistema educativo che, secondo la Chiesa cattolica, ha come obiettivo quello di creare un controllo politico sulle scuole sovvenzionate, togliendo il diritto a chi le dirige di scegliere collaboratori e ammettere gli studenti. Anche dal punto di vista culturale la politica nelle scuole pubbliche va nella direzione di un discredito delle esperienze religiose, tanto che a protestare contro l’introduzione di libri di testo che promuovono l’ateismo non sono state solo associazioni musulmane, indù e cristiane, ma anche organizzazioni laiche. I vescovi del Kerala non perdono occasione per esprimere la loro preoccupazione. Per S.E. Powathil si è trattato di una strategia elettorale per attirare l’attenzione in vista delle recenti elezioni nazionali. Tanto che sono state diverse le proposte provocatorie avanzate da commissioni governative negli ultimi anni: sanzioni per il terzo figlio, introduzione dell’eutanasia e via dicendo. Per il capo della Chiesa siro-malankarese, il Catholicos Mar Baselios Cleemis, è proprio l’avanzata del secolarismo e dell’ateismo, e le loro ricadute sul piano sociale, a costituire una delle maggiori sfide per la Chiesa, ma anche per il Kerala. La posta in gioco è alta: se è vero che la Chiesa svolge un ruolo di primo piano nel preservare il carattere pacifico della convivenza del Kerala, attaccando il suo ruolo educativo non si fa altro che indebolire il sistema immunitario della regione contro gli opposti fondamentalismi. Chi è al potere oggi non sembra rendersene conto, probabilmente perché non capisce quanto l’esempio del Kerala possa significare per il futuro dell’India tutta.

Luca Fiore

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